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Donne in politica: accettabili solo critiche, no ad insulti sessisti
di Giuseppe Franco Arguto
In un breve video la sindaca di Genova chiarisce alcuni aspetti delle vicende che recentemente l'hanno coinvolta sui social, dove il solito "leone da tastiera" le ha dato della "puttana".
Quando una donna che occupa una posizione pubblica viene insultata come “puttana”, non siamo davanti a una semplice volgarità da social, né a uno sfogo maleducato confinabile nel rumore ordinario della rete. Siamo davanti a una forma precisa di degradazione simbolica, che non colpisce soltanto la persona, ma la donna in quanto donna; la riporta al corpo, alla sessualità, alla reputazione morale, come se la sua presenza nello spazio pubblico dovesse sempre pagare il pedaggio del giudizio maschile.
A un uomo si può dire “stronzo”, “incapace”, “merda”, e spesso l’insulto resta sul piano brutale della contesa personale o politica; a una donna, invece, l’offesa scivola quasi subito verso il lessico della disponibilità sessuale, della vergogna, della presunta impurità. Non è un dettaglio linguistico: è una struttura culturale. È il patriarcato che continua a parlare anche quando finge di essere soltanto rabbia individuale.
Da qui, però, bisogna muoversi con attenzione. Perché riconoscere la violenza sessista dell’insulto non significa costruire intorno alla figura pubblica una zona di intangibilità. Una sindaca, una ministra, una presidente, una dirigente politica devono essere difese dagli attacchi misogini, ma devono restare pienamente esposte alla critica politica, alla contestazione, perfino alla satira più ruvida, quando questa non degrada la persona alla sua sessualità o al suo corpo.
Il rischio, altrimenti, è confondere la tutela della dignità con la protezione del potere. Chiamare una donna “puttana” non è critica, è violenza verbale sessista; definirla con un epiteto caricaturale, per quanto sgradevole, può essere cattivo gusto, dileggio, volgarità, ma non sempre appartiene alla stessa famiglia dell’aggressione patriarcale.
La distinzione è decisiva, perché senza distinzione il discorso pubblico diventa un tribunale permanente, dove tutto viene denunciato, tutto viene moralizzato, tutto viene ricondotto alla lesione personale.
La società non si educa soltanto a colpi di querela. La legge può intervenire quando l’offesa supera una soglia, quando diventa diffamazione, minaccia, persecuzione, degradazione della dignità; ma la cultura deve fare un lavoro più profondo, più lento, più radicale. Deve chiedersi perché, quando una donna prende parola, amministra, decide, governa, una parte della società senta ancora il bisogno di colpirla nel sesso, nel corpo, nell’immagine, come se l’autorità femminile fosse una provocazione da punire.
Qui sta il punto politico vero: non difendere la sindaca in quanto sindaca, ma difendere la donna dall’antico tribunale simbolico che la vuole sempre giudicabile; e, nello stesso tempo, non consegnare alla carica pubblica un’aura di sacralità. Il potere va criticato; la donna non va umiliata. La differenza è tutta qui, ma è una differenza enorme.
Una democrazia matura dovrebbe sapere sostenere entrambe le cose: non tollerare l’offesa sessista e non sterilizzare il conflitto politico. Perché una società che lascia correre il linguaggio misogino resta patriarcale; ma una società che trasforma ogni parola ostile in materia da tribunale rischia di diventare formalmente educata e sostanzialmente muta.
 
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