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01 maggio 2026
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Il tempo per essere stanchi
di Alessandro Negrini *

Abitava al secondo piano. Faceva l’operaio alla stamperia Ilte di Moncalieri, dove stampavano gli elenchi telefonici.
Tornava a casa con l’odore dell’inchiostro addosso e la polvere della carta nei vestiti, mentre i lampioni segnavano la fine del giorno.

Per ironia della sorte, molti anni dopo, mi ritrovai a consegnare proprio quegli elenchi telefonici, porta a porta, per pagarmi gli studi.
Senza saperlo, attraversavo gli indirizzi e i nomi delle persone che lui aveva stampato.

Una sera decisi di chiedergli una cosa che volevo chiedergli da tempo: quel vecchio orologio fermo appeso in cucina.

Gli chiesi perché non lo aggiustasse. Lui sorrise e mi disse: «No. Non lo aggiusto. Così almeno qui dentro il tempo non lavora.»
Poi alzò lo sguardo, e come parlando a sé stesso disse: «Non è solo il lavorare. È non avere il tempo per essere stanchi.»

Era Francesco, l’operaio del secondo piano, che decisi di adottare come padre.

Anni dopo capii che forse il Primo Maggio comincia proprio lì. Non nel lavoro.
Nel tempo che il lavoro si prende.

Il Primo Maggio non è la Festa del lavoro.
È la festa dei diritti sul lavoro.

Non è il giorno per celebrare il lavoro.
È il giorno per ricordare che il lavoro, senza dignità, diventa simile a una schiavitù venduta come privilegio.
È il giorno per ricordarci che - il lavoro - può anche togliere la vita mentre la riempie.

E che prima di ogni numero, di ogni statistica, c’è questo: una vita che lavora. E una vita che non basta. Che non basta a riprenderci il tempo che ci ruba a quello da dedicare a noi, ai nostri cari, ai nostri sogni, ai nostri ozi, ai nostri amori, qualsiasi essi siano.

Il lavoro, questo lavoro, così come ci viene venduto, fa questo: ci toglie l'amore.
E la dignità.

Oggi in Italia più dell’11% delle persone resta povero pur lavorando.

Una persona su dieci lavora.
E resta povera.

Non è un’anomalia.
È una condizione.

Nello stesso paese, gli amministratori delegati delle grandi aziende guadagnano mediamente oltre 2,2 milioni di euro l’anno.
Tra 60 e 80 volte lo stipendio medio di un lavoratore.
Sessanta vite dentro una sola busta paga.

Ci sono città dove una casa costa quanto una vita intera di lavoro.
E vite intere di lavoro che non bastano nemmeno a sfiorarne una.

E allora il problema non è il lavoro.
Il problema è ciò che il lavoro è diventato nell'accettazione talmente paradossale nella quale ci si sente dire: sei fortunato ad avere un lavoro.
A prescindere da quale, a prescindere dalla paga, a prescindere - dal tempo che prende.

Il degrado è il furto del tempo, troppo tempo, e troppo poco pagato, della vita in cambio del pane.

È questo lo scambio che non dovremmo più accettare: tutta la vita in cambio del necessario per sopravvivere.



Non ho mai saputo se Francesco avesse davvero aggiustato quell’orologio. E forse non fece in tempo, portato via da questa vita troppo presto. Ma so che a volte, quando vedo un orologio fermo, ripenso a lui.

E penso che questo sia il giorno in cui la parola "Basta" assume il suo significato più potente, umano, irrevocabile: non il festeggiare il diritto alla fatica - ma il diritto al respiro. Alla vita.

“Bandiera rossa ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.”
Pier Paolo Pasolini

* Componente del Comitato Scientifico dell'Osservatorio


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