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30 aprile 2026
tutti gli speciali

Non fu vendetta ma liberazione dall'oppressione
di Giuseppe Franco Arguto

"Mussolini fucilato a Milano"

𝘕𝘰𝘯 𝘷𝘦𝘯𝘥𝘦𝘵𝘵𝘢, 𝘮𝘢 𝘳𝘦𝘴𝘢 𝘥𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘶𝘯 𝘳𝘦𝘨𝘪𝘮𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘢 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘰𝘭𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘪𝘭 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘰 𝘭𝘪𝘯𝘨𝘶𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪𝘤𝘰.

Ci sono immagini che non appartengono soltanto alla cronaca, ma alla memoria morale di un Paese. La prima pagina dell'epoca con questo titolo non racconta semplicemente la morte di Mussolini; racconta il crollo di un potere che per oltre vent’anni aveva sequestrato lo Stato, addomesticato le coscienze, incarcerato gli oppositori, perseguitato gli antifascisti, promulgato leggi razziali, trascinato l’Italia in guerra e consegnato migliaia di vite alla rovina.

Dinanzi a immagini come questa, molti fingono ancora oggi di scandalizzarsi. Parlano di pietà, di pacificazione, di umanità ferita; ma quasi sempre dimenticano di chiedersi quanta pietà avesse avuto il fascismo per le sue vittime; quanta umanità avesse concesso a chi veniva picchiato, mandato al confino, torturato, fucilato, deportato, ridotto al silenzio. La pietà, quando viene invocata soltanto per il carnefice sconfitto, rischia di diventare un ultimo servizio reso alla sua memoria politica.

Non si tratta di gioire della morte. Una coscienza libera non dovrebbe mai trasformare la morte in spettacolo. Si tratta però di comprendere che la storia non è un salotto ben educato, dove gli oppressori escono di scena accompagnati dagli applausi e dai violini. La storia, quando viene attraversata dalla brutalità dei regimi, produce fratture, ritorni violenti, rese dei conti che non nascono dal nulla, ma dall’accumulo di sangue, paura, umiliazione e dominio.

Mussolini non fu “un uomo qualunque” travolto dagli eventi, piuttosto fu il capo politico di un regime totalitario, il fondatore di una macchina di oppressione che distrusse libertà, partiti, sindacati, stampa libera, dissenso, dignità civile. La sua fine non può essere separata da ciò che egli stesso aveva contribuito a costruire: un Paese educato alla forza, alla guerra, all’obbedienza, alla mistica del capo, all’odio per il nemico interno.

Chi oggi guarda questa immagine e vede soltanto una fucilazione, rimuove tutto ciò che viene prima. Rimuove Matteotti, Gobetti, Gramsci, i confinati, gli esuli, gli operai bastonati, le camere del lavoro devastate, le leggi fascistissime, l’Etiopia, la Spagna, le leggi razziali, la Repubblica di Salò, le stragi nazifasciste, i corpi dei partigiani esposti, le madri rimaste senza figli, le città distrutte, un popolo trascinato dentro la catastrofe.

La questione, allora, non è decidere se quella fine sia bella o brutta secondo la sensibilità astratta di chi osserva ottant’anni dopo; il problema è capire che il fascismo non cadde per un incidente, ma perché un popolo, attraverso la Resistenza, riuscì infine a spezzare il dispositivo politico e militare che lo aveva oppresso.

Quella prima pagina parla anche a noi, oggi, perché ci ricorda che nessun potere fondato sulla violenza può chiedere, alla fine, di essere giudicato come se fosse stato innocente. Ci ricorda che la libertà non è una concessione delle istituzioni, ma una conquista pagata da chi ha saputo disobbedire. Ci ricorda che l’antifascismo non è una liturgia commemorativa, ma una vigilanza permanente contro ogni ritorno dell’autoritarismo, anche quando cambia divisa, linguaggio, simboli e strategia.

Per questo non bisogna guardare questa immagine con compiacimento, ma nemmeno con ipocrita neutralità: bisogna guardarla sapendo che il fascismo non fu sconfitto da una generica bontà della storia, ma dalla lotta concreta di uomini e donne che scelsero di non obbedire più.

Questa resta la lezione più viva: quando un potere pretende di farsi destino, la libertà comincia nel momento in cui qualcuno, finalmente, gli nega obbedienza.


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