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29 aprile 2026
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I tre giorni di Santhià
di Rinaldo Battaglia *

Si fa presto a dire che col 25 Aprile 1945 in Italia la guerra fosse finita: Hitler dal suo bunker non voleva mollare e per la firma di Jodl bisognerà attendere l’8 maggio. Altri ben 13 giorni di sangue e distruzione, i classici colpi di coda - prima di morire -del serpente, ancora pieno di veleno.

In tre di questi giorni – dal 29 aprile al 1° maggio – nella piemontese Santhià la guerra rimase ben presente, più accesa che mai e portò ulteriori lutti e dolori. Come non fossero stati già a sufficienza.

Alla fine si conteranno 48 persone uccise, di cui 5 ragazzi tra cui ‘Topolino ‘ (Antoniotti Alberto) di non ancora 16 anni e ‘Zena’ (Piccoli Pasquale) che aveva compiuto i suoi 15 anni solo il mese prima e da tempo già coi partigiani.

Tutto era partito il giorno 24 aprile quando reparti nazisti della XXXIV divisione Brandenburg e la V divisione Gebirgsjager oltre a reparti fascisti di Salò e tutti – anche gli italiani - sotto i comandi del Hans Schlemmer avevano iniziato a ritirarsi con l’obiettivo di creare uno sbarramento difensivo lungo il torrente Elvo sulla linea Salussola-Santhià, al fine di consentire in quel luogo il raggruppamento dei loro soldati presenti in tutta la zona a sud di Ivrea.

La sera del 28 aprile – 4 giorni dopo - i comandi tedeschi e il comando partigiano di zona a Tronzano si accordarono, tra non poche comprensibili fatiche, ad una tregua. Che inizialmente tenne.

Ma a sera tarda del giorno 29 un battaglione del reggimento 100 Gebirgs-Jaeger, comandato dal colonnello Richard Ernst, giunse a Cavaglià, poco lontano, dove si trovavano da tempo reparti partigiani. Non è stato mai chiarito come, ma sembra che più di qualche soldato del reggimento subito abbia esagerato provocando qualche civile del posto. E sembra – anche qui mai bene accertato – che qualcuno abbia reagito.

Si parla di uno 'sfollato', mai identificato, uno delle migliaia che in zona avevano perso tutto e che solo nella fuga si erano salvati dai tanti eccidi compiuti dai nazifascisti. Solo dal settembre ’43 al maggio ’45, nel solo Piemonte, si documentano 649 episodi e ben 3.061 vittime accertate (uccisi senza armi in pugno, come si suol dire) e di cui 83 poveri bambini.

Poco conta che il 25 Aprile a Milano abbiano indetto la 'insurrezione generale' contro i nazifascisti, poco conta. È difficile accettare soprusi e violenze e talvolta anche le ‘provocazioni’, quando si è arrivati alla fine della possibile pazienza e umana sopportazione. Lo ‘sfollato’ dalla locanda Firmino riuscì a sparare ai tedeschi ed in breve arrivò l’immediata risposta.

Poco conta se i tuoi comandi hanno concordato una tregua: sei in guerra da 6 anni, odi il mondo e i nemici, hai perso la guerra e fallito il grande sogno del grande Terzo Reich e ora ogni soffio di vento può sembrarti un attacco mortale.

Gli uomini di Richard Ernst, per suo diretto ordine, in poche ore uccisero 10 uomini, i più vicini, molti ne vennero arrestati, alcune case distrutte ivi compreso parte del municipio di Cavaglià, dove erano state trovate armi dei partigiani, male nascoste, forse a causa anche della tregua concordata. La stessa sera del 29, intorno alle ore 23 entrò in Santhià proveniente da Tronzano, un’altra colonna tedesca, il 2o battaglione del predetto reggimento, appartenente alla V Gebirgs-Division, comandato dal capitano Singer. E qui non ci furono pretesti, provocazioni, sfollati che accendono micce.

Qui è l’odio per il mondo e per i nemici, il sapore acre della guerra persa e del grande sogno del grande Terzo Reich fallito, che comanda. ‘Senza alcuna causa apparente seminò il terrore uccidendo partigiani e civili in città la sera stessa, proseguendo l’opera il giorno dopo in alcune cascine in cui si erano radunati i partigiani della 75^ e della 2^ brigata Garibaldi che avevano abbandonato la città alla notizia dell’arrivo dei tedeschi, fucilando, prendendo ostaggi, incendiando stalle, prima di ritirarsi”.

Sono parole dello storico Enrico Pagano che bene ha studiato e documentato l’eccidio di Santhià.

Non stanchi prima di fermarsi i nazisti uccisero anche un partigiano della squadra ‘’Boero’ (probabilmente ‘Tel’ ossia Moriano Giovanni Vincenzo), riconosciuto da alcuni feriti tedeschi che si trovavano a Santhià prima dell’arrivo della colonna, ricoverati presso le scuole elementari adibite provvisoriamente ad ospedale.

Era il 1° maggio: in 3 giorni 48 vittime di cui 25 civili e 23 partigiani, presi non combattendo.

La situazione si calmerà il giorno dopo, quando a Biella il 2 maggio 1945, presso l’albergo Principi, venne firmata la resa definitiva del 75° Corpo d’Armata, a cui sia gli uomini del colonnello Richard Ernst che del capitano Singer rispondevano.

Si calmerà ma non finirà. Sempre il giorno 2 una vendetta dalla parte opposta: 4 soldati tedeschi, probabilmente legati all’eccidio, arrestati sempre in zona di Santhià dai partigiani giorni prima, vennero mandati a morire. Tre saranno subito fucilati, il quarto riuscirà a fuggire ma verrà preso dalla folla del paese e linciato sul posto.

La guerra non finisce mai quando qualcuno pone una firma su di pezzo di carta, dura e uccide ancora. Soprattutto quando si tratta di una guerra civile come quella da noi dopo l’8 settembre ’43. Italiani contro italiani, fascisti soci dei nazisti di Hitler contro partigiani appoggiati dagli alleati di Eisenhower.

Nel dopoguerra si cercò di fare chiarezza e giustizia, in buon parte fallendo.

Il 6 luglio 1945 un’inchiesta partita dalla 5ª armata USA di fatto non portò a nulla. Non si riuscì nemmeno a dare un nome di battesimo al capitano Singer. Ben 22 anni dopo, il 14 gennaio 1967 il Procuratore generale militare ordinò la “provvisoria archiviazione degli atti, poiché nonostante il lungo tempo trascorso dalla data del fatto anzidetto, non si sono avute notizie utili per la identificazione dei loro autori e per l'accertamento della responsabilità”.

Passarono altri 18 anni, e quindi 40 lunghi anni dai 3 giorni di sangue di Santhià, quando il 31 maggio 1995 – dopo la scoperta anche 'dell’Armadio della Vergogna' nel 1994 - il fascicolo processuale, "rinvenuto presso l'archivio dei Tribunali militari di guerra soppressi", venne trasmesso ora alla Procura militare di Torino, ma già il 13 giugno 1995 (solo 13 giorni dopo) il Gip del tribunale militare, dichiarò di "non doversi promuovere l'azione penale'.

Ma richiese, prima, un ultimo tentativo per reperire i responsabili.

Solo a seguito di queste nuove ricerche il 14 novembre 2000 la Procura militare di Torino venne a sapere che il colonnello Ernst era deceduto a Hirschau il 6 luglio 1986, mentre il capitano Singer - ancora senza nome di battesimo – era morto a Tuebingen il 6 settembre 1997. Ma si documentò anche che, mentre gli USA il 6 luglio 1945 avevano aperto l’indagine sull’eccidio di Santhià, il cap. Singer era loro prigioniero nel campo di Verona e lo sarebbe stato fino al giorno 11 settembre 1945.

E così si chiuse, tra un fallimento e l’altro, la tragica storia dei 3 giorni di sangue di Santhià.

La guerra è sempre un fallimento e chi la inizia è sempre un fallito, non essendo in grado di trovare vie alternative. Che ci sono sempre e che sempre ci saranno, basta volerlo. Si chiama buona politica. Il resto è solo 'interesse e business' dei ‘pochi’ a danno dei ‘molti’. E la Storia insegna cosa poi succede. Ma la colpa è anche di chi lascia che si arrivi a quel punto.

Concludo con le parole recenti di uno storico della mia terra, peraltro di origine ebraica, Davide Romanin Jacur, parole forti quanto il suo autore e che non necessitano di chiarimenti ulteriori: “Non chiedo a Dio dov’era o perché abbia permesso tutto questo. Non chiedo che dia pace ai defunti o perdono agli assassini. Colpevoli sono gli uomini, colpevoli siamo noi che non li fermiamo quando siamo in tempo, accecati ed impauriti quando il Male avanza”.

29 aprile 2026 – 81 anni dopo - Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Prima Parte” - Amazon – 2024

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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