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29 aprile 2026
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Guerra all'Iran ha rafforzato il regime
di Leandro Leggeri

L’EFFETTO PARADOSSO DELL’ATTACCO USA-ISRAELE

La guerra contro l’Iran, invece di provocarne il collasso, potrebbe averne consolidato il sistema di potere. È questa la tesi centrale di un’analisi pubblicata da Foreign Affairs, secondo cui l’intervento militare di Stati Uniti e Israele ha prodotto un effetto opposto rispetto a quello previsto.

Prima del conflitto, la Repubblica Islamica attraversava una fase di forte fragilità interna: crisi economica, inflazione elevata, svalutazione del rial e proteste diffuse avevano eroso la legittimità del sistema. Alcuni segnali indicavano anche un possibile adattamento del regime, con aperture limitate sul piano sociale e tentativi di negoziato con Washington per ottenere un alleggerimento delle sanzioni.

L’attacco militare ha però interrotto questo processo. L’eliminazione della guida suprema Ali Khamenei e di altre figure chiave non ha generato un vuoto di potere, ma ha accelerato una ricomposizione interna attorno alle componenti più radicali, in particolare i Pasdaran. Il risultato è stato un sistema più centralizzato, più militarizzato e meno condizionato da equilibri interni tra fazioni.

Secondo l’analisi, Washington avrebbe commesso un errore di valutazione, assimilando l’Iran a sistemi più fragili e personalistici, come quello venezuelano. In realtà, la struttura istituzionale iraniana — articolata tra apparati religiosi, militari e burocratici — si è dimostrata in grado di assorbire lo shock e riorganizzarsi rapidamente.

Il conflitto ha inoltre rafforzato la coesione interna. Di fronte a una minaccia esterna percepita come esistenziale, il regime ha compattato le proprie basi sociali e politiche, riducendo temporaneamente le divisioni interne. Manifestazioni di sostegno e mobilitazione nazionale hanno accompagnato questa fase, mentre la repressione del dissenso è destinata ad aumentare nel breve periodo.

Paradossalmente, la guerra potrebbe anche aprire nuove prospettive economiche per Teheran. Il confronto diretto con gli Stati Uniti ha già portato a contatti ad alto livello e potrebbe tradursi, nel tempo, in forme di alleggerimento delle sanzioni. Un eventuale miglioramento economico contribuirebbe a ridurre le tensioni sociali che avevano alimentato le proteste.

Resta infine la questione nucleare. Con la scomparsa di Khamenei — che in passato aveva posto limiti alla corsa all’arma atomica — e con un apparato decisionale dominato da elementi più rigidi, la soglia per una possibile militarizzazione del programma nucleare potrebbe abbassarsi. In questo senso, una strategia pensata per contenere l’Iran rischia di averne aumentato la pericolosità.

Il risultato complessivo è un paradosso strategico: una guerra concepita per indebolire il regime iraniano potrebbe averlo reso più resistente, più aggressivo e meno prevedibile.

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