 |
Il Jobs Act era meglio?
di Claudia Candeloro *
L'articolo 36 della Costituzione prevede che la retribuzione da garantire ai lavoratori possieda due requisiti: proporzionalità alla qualità e quantità del lavoro svolto e comunque sufficienza al fine di condurre una vita dignitosa.
Tradizionalmente i parametri per individuare la retribuzione proporzionata e sufficiente sono stati identificati nelle retribuzioni stabilite per ogni settore dalle parti sociali, perché sarebbero i sindacati e le organizzazioni datoriali quelli più adatti a "soppesare" il "valore" di una determinata prestazione lavorativa.
Questo sistema è andato parzialmente in crisi negli ultimi anni in ragione di due spinte centrifughe.
La prima ha avuto ad oggetto la proporzionalità della retribuzione: per risparmiare, le imprese hanno iniziato ad applicare contratti collettivi finti, chiamati emblematicamente contratti "pirata", firmati da organizzazioni sindacali inesistenti è aventi il solo fine di abbassare retribuzione e contribuzione dei lavoratori.
Emblematico il caso del commercio, dove un commesso può prendere sino a 400 euro di meno in applicazione del contratto CNAI o CISAL rispetto a quello firmato da CGIL, CISL e UIL.
La seconda tendenza ha avuto ad oggetto la stipula di contratti leader (firmati quindi da CGIL, CISL e UIL) che, in settori non particolarmente sindacalizzati, hanno stabilito delle retribuzioni infime, persino inferiori alla soglia di povertà e comunque insufficienti a garantire una vita dignitosa.
Questo secondo problema è stato affrontato dalla Cassazione nel 2023, la quale ha stabilito che, in ragione del principio di sufficienza della retribuzione, questa non può essere mai inferiore ad una determinata soglia, anche se contenuta nei contratti collettivi leader.
A questo stesso problema ovvierebbe la (giusta) previsione di un salario minimo legale, che permetterebbe di avere una soglia sotto il quale nessuno potrebbe scendere.
Tuttavia, né la giurisprudenza della Cassazione del 2023, né il salario minimo legale permettono in alcun modo di risolvere il primo problema, che è quello della proporzionalità della retribuzione.
Infatti, chi applica i contratti collettivi pirata il più delle volte applica una retribuzione superiore alla soglia di povertà o a quella oraria del salario minimo, e dunque sufficiente, ma non proporzionata, perché inferiore a quella stabilita (nei settori sindacalmente più forti) dai contratti leader.
Dire che va applicato il trattamento economico dei contratti collettivi leader (il "salario giusto") vuol dire risolvere questo secondo problema, perché altrimenti oggi il rischio (capitato a me personalmente in ben due tribunali italiani) è che vada bene qualsiasi retribuzione purché superiore alla soglia di povertà, così giustificando immensi furti ai danni di milioni di lavoratori.
L'astio nei confronti di questa misura mi è perciò incomprensibile.
Era meglio il Jobs Act?
* Avvocata del lavoro
 
Dossier
diritti
|
|