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Rapporto di B'tselem sull'inferno delle torture
di Emma Buonvino
Ci sono fatti che non dovrebbero esistere nei rapporti ufficiali. E invece ci sono.
Un uomo racconta di essere stato torturato e violentato con un bastone (il bastone è stato infilato brutalmente nel suo ano per due volte e poi è stato costretto a leccarlo = report della ong israeliana B'tselem)
Non è una metafora. Non è propaganda. È una testimonianza raccolta, verificata, archiviata.
Un altro uomo descrive una stanza chiamata “la disco”: sei giorni con un tappo d’acqua al giorno, cibo ammuffito, scariche elettriche, percosse continue. Un altoparlante a volume insopportabile fino a rompere un timpano.
Non sono episodi isolati. Sono frammenti di un sistema.
Il rapporto “Living Hell”, pubblicato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, documenta un modello: privazione, umiliazione, violenza fisica e psicologica esercitate sui detenuti palestinesi.
Quando il linguaggio della violenza entra nelle istituzioni, cambia anche il significato delle parole. “Detenzione” smette di indicare una misura legale e diventa un contenitore opaco. “Sicurezza” si trasforma in una giustificazione elastica. “Interrogatorio” può arrivare a significare tortura.
La questione non è solo cosa accade a quelle persone.
La questione è cosa accade a un sistema che rende possibile tutto questo.
E cosa accade a chi guarda, legge, sa — e decide se restare in silenzio oppure no.
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