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27 aprile 2026
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Il saccheggio come pratica di guerra: una violazione sistematica
di Emma Buonvino

Nel racconto pubblico dei conflitti, alcune violazioni restano ai margini. Tra queste, il saccheggio: l’appropriazione di beni civili da parte delle forze armate. Un crimine antico quanto la guerra, ma oggi esplicitamente vietato dal diritto internazionale umanitario.

Eppure, nelle operazioni militari israeliane nei territori palestinesi occupati e, in diversi episodi documentati, anche in Libano, il saccheggio riemerge come pratica concreta, denunciata da organizzazioni per i diritti umani, giornalisti e testimoni diretti.

Case svuotate durante le incursioni. Negozi devastati. Effetti personali sottratti. Denaro, gioielli, dispositivi elettronici: beni civili trasformati in bottino. Non si tratta solo di danni collaterali, ma di una dinamica che, quando sistematica o tollerata, diventa parte integrante della violenza esercitata sulla popolazione.

Diversi rapporti hanno documentato queste pratiche. Organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International hanno raccolto testimonianze su distruzioni e appropriazioni illegali di beni civili durante operazioni militari. Il Centro israeliano per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato negli anni numerosi resoconti su incursioni nelle abitazioni palestinesi, con segnalazioni di furti e danneggiamenti.

Anche inchieste giornalistiche e testimonianze raccolte da Breaking the Silence – l’organizzazione di ex soldati israeliani – descrivono episodi in cui la sottrazione di beni avviene in un clima di impunità o normalizzazione.

Il diritto internazionale è chiaro: il saccheggio è proibito. La Quarta Convenzione di Ginevra e lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale lo qualificano come crimine di guerra. Non esistono giustificazioni militari per l’appropriazione di beni privati.

Eppure, la distanza tra norma e realtà resta profonda.

In Palestina, il saccheggio si inserisce in un contesto più ampio di occupazione prolungata, dove la linea tra operazione militare e controllo quotidiano della vita civile si assottiglia fino a scomparire.

In Libano, durante le operazioni militari, episodi analoghi sollevano interrogativi sulla disciplina delle truppe e sulla responsabilità di comando.

Il punto centrale non è solo ciò che viene preso, ma ciò che viene comunicato: un messaggio di dominio totale, in cui nemmeno lo spazio privato e gli oggetti personali sono al riparo. Ogni casa violata è un frammento di dignità sottratto. Ogni oggetto rubato è una prova concreta di impunità.

Continuare a ignorare queste pratiche significa accettare che alcune violazioni restino invisibili, e quindi tollerabili.

Ma il diritto internazionale non è selettivo. E nemmeno dovrebbe esserlo la memoria.

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