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24 aprile 2026
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NYT: blocco navale non efficace sull'Iran come pensa Trump
di Leandro Leggeri

Nel pieno della guerra tra Stati Uniti e Iran, la strategia del blocco navale voluta da Donald Trump per piegare Teheran e costringerla a riaprire lo Stretto di Hormuz rischia di trasformarsi in un boomerang strategico. È la tesi sostenuta da Jennifer Kavanagh, direttrice dell’analisi militare del think tank Defense Priorities, in un editoriale pubblicato dal New York Times.

Secondo l’analisi, il problema di fondo è strutturale: i blocchi navali non producono effetti rapidi. Sono strumenti di pressione lenta, che agiscono nel tempo erodendo l’economia del paese colpito, ma raramente determinano una resa immediata.

È un punto che emerge chiaramente anche dai precedenti storici: dal blocco dell’Unione contro la Confederazione nella Guerra Civile americana fino al blocco britannico contro la Germania nella Prima guerra mondiale, entrambi efficaci nel lungo periodo ma incapaci di abbreviare rapidamente i conflitti.

Applicato al caso iraniano, questo limite diventa ancora più evidente. Teheran sta combattendo quella che percepisce come una guerra esistenziale e ha quindi un orizzonte temporale molto più lungo rispetto a Washington, che invece cerca un risultato rapido e politicamente spendibile. Questo squilibrio tra “tempo” e “posta in gioco” favorisce l’Iran.

Sul piano operativo, inoltre, il blocco statunitense presenta criticità rilevanti. Non soddisferebbe i criteri di legalità internazionale – che richiedono efficacia, limiti geografici chiari e garanzie umanitarie – e sarebbe difficilmente sostenibile sul piano militare.

La marina americana, sottolinea l’articolo, non dispone delle risorse per intercettare in modo sistematico tutte le navi coinvolte, dovendo quindi selezionare obiettivi e lasciando inevitabilmente ampi margini di elusione.

Di fatto, parte del petrolio iraniano continua a fluire. Diverse petroliere sono riuscite a superare il blocco e, in un contesto di guerra, i carichi rimasti sul mercato possono essere venduti a prezzi più elevati, compensando almeno in parte le perdite. Inoltre, l’Iran dispone di riserve di stoccaggio e rotte terrestri alternative che gli consentono di assorbire l’impatto nel breve-medio periodo.

Il rischio, conclude Kavanagh, è che la strategia americana finisca per rafforzare proprio la leva iraniana su Hormuz. Invece di costringere Teheran a cedere, il blocco potrebbe prolungare il conflitto, aumentare i costi per gli Stati Uniti e aggravare le conseguenze economiche globali, tra aumento dei prezzi dell’energia, pressioni inflazionistiche e instabilità dei mercati.

In uno scontro di volontà, osserva l’analisi, è l’Iran ad avere il vantaggio: maggiore tolleranza al dolore, più tempo e una posta in gioco percepita come esistenziale.

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