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Israele: identità armata
di Emma Buonvino
QUANDO LA GUERRA DIVENTA STRUTTURA DI SISTEMA
Non è più solo una guerra. È un modello.
Negli ultimi anni, analisti, storici e osservatori internazionali hanno iniziato a descrivere Israele non semplicemente come uno Stato in conflitto, ma come una società la cui coesione interna è sempre più legata alla permanenza del conflitto stesso.
Non è un’accusa ideologica: è una lettura che emerge da fatti, dichiarazioni politiche e dinamiche strutturali.
Secondo numerose analisi, tra cui editoriali su il manifesto (22 aprile 2026) e articoli su Haaretz, la cosiddetta “vittoria totale” evocata da Benjamin Netanyahu non rappresenta un obiettivo realistico, ma una necessità politica permanente. Una guerra che finisce davvero metterebbe in crisi un intero sistema: economico, militare e identitario.
UNA SOCIETÀ IN STATO DI MOBILITAZIONE CONTINUA
Israele mantiene uno dei più alti livelli di spesa militare in rapporto al PIL tra i paesi OCSE.
Il servizio militare è obbligatorio e centrale nella costruzione dell’identità civica.
Il settore della difesa e della sicurezza è uno dei principali motori economici, con export militare tra i più alti al mondo. Questo non è neutrale: crea una dipendenza strutturale dal conflitto.
LA NARRAZIONE DELLA MINACCIA PERMANENTE
La memoria della Shoah – evento storico reale e devastante – è stata progressivamente integrata nella dottrina di sicurezza nazionale. Ma il punto critico, sollevato da diversi studiosi, è questo: il principio del [“Mai più”] è stato spesso trasformato da imperativo universale a giustificazione di una militarizzazione senza limiti.
Quando ogni nemico viene rappresentato come una nuova incarnazione del nazismo, ogni risposta diventa automaticamente legittima.
LA “SINDROME DI MASADA” COME PARADIGMA
Il concetto – usato in ambito sociologico e politico – descrive una mentalità collettiva fondata sull’assedio permanente:
il mondo esterno è percepito come ostile,
la distruzione è sempre imminente,
la forza è l’unico linguaggio possibile.
In questo schema, la pace non è stabilità: è vulnerabilità.
DEUMANIZZAZIONE E NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA
Le testimonianze raccolte da media israeliani come Haaretz raccontano altro: soldati che parlano di “ferita morale” civili ridotti a bersagli indistinti
pratiche di umiliazione sistematica nei confronti dei prigionieri.
Non si tratta solo di PTSD, ma di qualcosa di più profondo: la frattura tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati.
IL PARADOSSO DELLA VITTIMA CHE ASSUME IL LINGUAGGIO DEL CARNEFICE
Questo è il nodo più inquietante.
Una parte della società israeliana sembra intrappolata in un meccanismo psicologico e politico in cui il trauma non viene elaborato,
viene trasformato in strumento di legittimazione della forza e finisce per replicare logiche di dominio e disumanizzazione.
Non è una condanna di un popolo. È la descrizione di un sistema e quindi
una società che ha bisogno della guerra per mantenere la propria coesione interna non è semplicemente “in guerra”.
È costruita sulla guerra.
E quando la pace diventa un’anomalia da correggere — un “guasto tecnico” — allora il problema non è più il nemico.
È l’identità stessa che si è costruita attorno alla sua esistenza.
— Questo non è un attacco. È una domanda necessaria: Che cosa resta di una società quando smette di riconoscere l’umanità dell’altro?
Fonti e riferimenti:
il manifesto, 22 aprile 2026 – Widad Tamimi
Haaretz – testimonianze di soldati israeliani (2024–2026)
Dati SIPRI sulla spesa militare globale
Studi sociologici sul concetto di “Masada complex”
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