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22 aprile 2026
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Israele discriminava anche gli ebrei mizrahi
di Emma Buonvino

Gli ebrei mizrahi: la storia rimossa dentro lo Stato di Israele.

Quando si parla della nascita dello Stato di Israele, il racconto dominante è quello di un popolo perseguitato che trova finalmente una casa. È una parte della verità. Ma non è tutta. C’è un’altra storia, meno raccontata e spesso scomoda: quella degli Ebrei mizrahi, arrivati in massa tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’60 da paesi arabi e musulmani.

Un’accoglienza segnata dalla gerarchia.

All’arrivo, centinaia di migliaia di mizrahi furono collocati nelle Ma'abarot, strutture temporanee che in molti casi divennero permanenti, con condizioni precarie, sovraffollamento, isolamento geografico e sociale.

Secondo dati storici, negli anni ’50 oltre 250.000 persone vissero in questi campi. Il nuovo Stato, guidato da un’élite prevalentemente ashkenazita (ebraica europea), promuoveva un modello culturale occidentale.

I mizrahi vennero spesso percepiti come “arretrati” e da “modernizzare”.

Disuguaglianze strutturali

Questa visione si tradusse in: accesso limitato a istruzione e mobilità sociale, concentrazione nei lavori manuali e nei settori meno qualificati, esclusione dai centri decisionali politici ed economici.

Molti furono trasferiti in aree periferiche o di confine, contribuendo a una vera e propria geografia della marginalità.

Il caso dei bambini yemeniti

Uno dei capitoli più controversi è quello dell’Affare dei bambini yemeniti.

Tra il 1948 e il 1954, migliaia di famiglie — in gran parte mizrahi — denunciarono la scomparsa dei propri figli: dichiarati morti senza prove o certificazioni, corpi mai restituiti, sospetti di adozioni non consensuali, spesso verso famiglie ashkenazite.

Commissioni ufficiali israeliane hanno riconosciuto irregolarità e negligenze, ma il caso resta aperto e profondamente doloroso.

Politiche sanitarie controverse

Negli anni ’50, migliaia di bambini, in gran parte mizrahi, furono sottoposti a trattamenti contro la tigna tramite radiazioni.

Molti svilupparono in seguito problemi di salute gravi.

Il consenso informato era spesso assente o incompleto.

La protesta: le Pantere Nere israeliane

Negli anni ’70 emerse una risposta politica: le Pantere Nere israeliane, un movimento che denunciava apertamente razzismo istituzionale, discriminazione socioeconomica, esclusione culturale.

Le loro proteste portarono per la prima volta la questione mizrahi al centro del dibattito pubblico israeliano.

Interpretare questa storia

Gli storici non parlano generalmente di una “persecuzione” pianificata nel senso classico del termine ma esiste un ampio consenso su alcuni punti: discriminazione sistemica nei primi decenni dello Stato, gerarchie etniche e culturali, politiche di assimilazione forzata.

Alcuni studiosi definiscono questo fenomeno come: “colonialismo interno” o “egemonia ashkenazita”.

Perché questa storia conta oggi

Raccontare la condizione dei mizrahi non significa negare la storia ebraica o le persecuzioni subite altrove. Significa riconoscere che anche all’interno di un progetto nato come rifugio, si sono prodotte disuguaglianze profonde. La memoria selettiva non aiuta a comprendere il presente.

La complessità, sì.

Bibliografia essenziale

Avi Shlaim, Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew
Ella Shohat, Sephardim in Israel: Zionism from the Standpoint of Its Jewish Victims
Shlomo Swirski, Israel: The Oriental Majority
Tom Segev, 1949: The First Israelis
B'Tselem – report su disuguaglianze strutturali
Commissioni ufficiali israeliane sull’Affare dei bambini yemeniti (1995–2001).

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