 |
Palestina: anche i morti non hanno pace
di
Emma Buonvino
C’è una domanda che inquieta profondamente:
perché i cimiteri palestinesi vengono distrutti, profanati o cancellati?
Non si tratta di episodi isolati. I dati, le testimonianze e la storia indicano una pratica ricorrente, con radici profonde e significati politici, militari e simbolici.
I numeri: una distruzione documentata
1947–1949 (Nakba)
Circa 750.000 palestinesi espulsi
Almeno 500 cimiteri distrutti, abbandonati o coperti con alberi
Dal 1967 (occupazione dei Territori Palestinesi)
Creazione dei cosiddetti “Cimiteri dei Numeri”:
corpi palestinesi sepolti senza nome, identificati solo da numeri Guerra su Gaza (dal 2023) 93,5% dei cimiteri di Gaza distrutti totalmente o parzialmente
39 cimiteri completamente rasi al suolo, 19 danneggiati
Almeno 19 su 60 cimiteri colpiti deliberatamente.
Episodi specifici recenti
2025–2026: distruzione con bulldozer di cimiteri storici, anche con tombe della Prima e Seconda guerra mondiale
Cronologia della pratica
1. 1948 – La cancellazione originaria
Durante la Nakba, insieme alla distruzione di villaggi e case, anche i cimiteri vengono eliminati o lasciati scomparire.
Obiettivo:
interrompere il legame tra popolazione e territorio,
cancellare la presenza storica palestinese.
2. Dopo il 1967 – Controllo dei corpi
Nascono i “Cimiteri dei Numeri”:
corpi senza nome,
nessuna restituzione alle famiglie,
impossibilità di rituali religiosi.
Qui la violazione non è solo fisica, ma giuridica e identitaria: il morto diventa un oggetto amministrativo.
3. Oggi – Distruzione sistematica e riesumazioni
Negli ultimi anni, soprattutto a Gaza:
tombe scavate e aperte resti umani rimossi, mescolati, non restituiti
cimiteri trasformati in basi militari.
In alcuni casi, la giustificazione ufficiale è la ricerca di corpi israeliani,
ma spesso senza procedure verificabili o tracciabilità.
Cosa c’è dietro: le logiche profonde
1. Cancellazione della memoria
Distruggere un cimitero significa:
cancellare genealogie,
eliminare prove storiche della presenza palestinese,
spezzare il rapporto tra terra e identità.
È una forma estrema di “pulizia della memoria”.
2. Controllo politico e territoriale
Il cimitero è un luogo di radicamento.
Colpirlo significa:
negare il diritto alla terra anche dopo la morte affermare un dominio totale: sui vivi e sui morti.
Guerra psicologica
La profanazione dei morti ha un impatto devastante:
trauma collettivo,
umiliazione culturale e religiosa,
rottura del lutto.
È una forma di violenza simbolica estrema.
Ostacolo alla giustizia
La distruzione delle tombe
rende difficile identificare i corpi,
impedisce autopsie e indagini,
ostacola eventuali procedimenti legali In questo senso, è anche una strategia di cancellazione delle prove.
Logica coloniale
Nella storia dei colonialismi, la cancellazione dei morti è ricorrente:
eliminare le tracce di chi c’era prima,
riscrivere lo spazio come “vuoto” o “nuovo”,
Il cimitero diventa un archivio da distruggere.
Il diritto internazionale
Secondo il diritto internazionale umanitario
le tombe devono essere protette e rispettate,
i corpi devono essere identificati e restituiti,
è vietata la profanazione dei resti.
Le pratiche documentate violano queste norme in modo sistematico
Bibliografia essenziale
Rapporti e organizzazioni
Euro-Med Human Rights Monitor – rapporti su Gaza (2024–2026)
ONU – Commissioni d’inchiesta sui Territori Palestinesi
Storici e studiosi
Ilan Pappé – The Ethnic Cleansing of Palestine
Benny Morris – studi sulla Nakba
Rashid Khalidi – The Hundred Years’ War on Palestine
Giornalismo e inchieste
Guardian investigation on cemetery destruction
Euronews (2026) – distruzione cimiteri a Gaza
Organizzazioni israeliane critiche
Zochrot
Akevot Institute
Conclusione
Quando un cimitero viene distrutto, non si colpiscono solo delle tombe. Si colpisce:
la storia, la memoria,
il diritto di esistere.
È una violenza che va oltre la guerra.
È una guerra contro il tempo, contro il ricordo, contro l’identità stessa di un popolo.
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|