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Einat Temkin su Israele: siate grati di non viverci
trad. di Rosa Rinaldi
Uno scritto eccezionale di Einat Temkin, che la società israeliana la conosce bene.
Uno scritto che in un secondo fa piazza pulita di tante balle che riguardano Israele, avamposto di democrazia in Medio Oriente.
La conclusione dello scritto è spiazzante:
" siate grati di non vivere in una società del genere".
Scrive Einat Temkin:
"Le persone ragionevoli semplicemente non riescono a comprendere—o non riescono proprio a immaginare—il livello di tossicità, indottrinamento, radicalizzazione e odio a cui gli israeliani sono stati esposti ininterrottamente, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per anni e anni: 80, 40, anche solo gli ultimi tre. Scegliete voi il periodo.
Di recente ho scritto di una lettera aperta che sta circolando: una prima bozza redatta da genitori preoccupati e rivolta ai loro figli di 17 e 18 anni, per invitarli a fermarsi un attimo e riflettere prima di arruolarsi nell’IDF, come imposto dalla legge e atteso dalla società.
Nei commenti mi è stato chiesto se fosse stato contattato Breaking the Silence come possibile risorsa per convincere i giovani israeliani a non arruolarsi nell’IDF e/o a rifiutarsi di eseguire ordini illegali.
Questa domanda mi ha profondamente rattristato, così ho risposto con calma:
Breaking the Silence (BTS) è un’organizzazione senza scopo di lucro nata nel 2004 (sì, più di vent’anni fa), con un sito che raccoglie innumerevoli testimonianze video di ex soldati dell’IDF che confessano atrocità crudeli, orribili e imperdonabili—veri e propri crimini contro l’umanità—commesse contro i palestinesi nei Territori Occupati durante il servizio militare.
Sebbene per un periodo l’organizzazione abbia avuto visibilità all’estero, soprattutto grazie a un documentario sulle sue attività, la macchina di indottrinamento israeliana/sionista — nota anche come “Hasbara” — ha saputo neutralizzare e di fatto cancellare BTS dalla coscienza collettiva israeliana. Punto.
Date un’occhiata al sito: breakingthesilence.org.il.
Troverete ancora oggi una quantità enorme di testimonianze che coprono più di vent’anni. Eppure il movimento non ha avuto alcun effetto—anzi, semmai il contrario—sul processo di radicalizzazione della società israeliana.
Qualcosa è andato profondamente storto, a tal punto che è difficile spiegare a chi vive nelle democrazie occidentali che qualsiasi paragone con altre situazioni della storia umana rischia di essere controproducente, ottenendo l’effetto opposto a quello desiderato. Restano interdetti quando si sentono dire: “ci abbiamo già provato, e non ha funzionato”.
La macchina propagandistica sionista, in effetti, ha fatto ciò che sa fare meglio: appropriarsi di un termine dispregiativo usato per descrivere quegli ex soldati dell’IDF che, con coraggio, hanno confessato o si sono pentiti—anche a posteriori—di atti illegali e atroci compiuti durante il servizio, sia per aver eseguito ordini sia per scelta personale.
Quel termine, “יורים ובוכים” (“quelli che sparano e poi piangono”), è usato come insulto già dal 1967 per indicare gli israeliani che hanno fatto cose terribili e poi hanno ammesso di provarne rimorso.
È un fenomeno continuo, che non si interrompe mai. Il quotidiano israeliano Haaretz ha appena pubblicato un ampio reportage investigativo sull’impatto psicologico devastante sui giovani soldati coinvolti nelle operazioni a Gaza.
Non si può negare che il sionismo sia estremamente abile nella propaganda: forse senza pari. Una situazione “win-win” comunque vada.
Da un lato, espressioni come “sparare e poi piangere” e movimenti come BTS vengono usati per rafforzare lo slogan—ripetuto fino allo sfinimento—secondo cui “l’IDF è l’esercito più morale del mondo” (vedete? Guardate quanto soffrono: fanno solo ciò che DEVONO fare per difendere gli ebrei e Israele). Dall’altro, chi prova rimorso viene screditato e ridicolizzato, etichettato come debole o codardo per aver espresso dubbi, sensi di colpa o traumi.
È un meccanismo estremamente efficace.
Condividerò il link su quel reportage ma posso già dire che avrà un impatto minimo, se non nullo, sui diciottenni che stanno per arruolarsi: difficilmente li convincerà a diventare “refusenik” (obiettori di coscienza) o a mettere in discussione la legalità degli ordini ricevuti.
Perché, si dirà, stanno semplicemente adempiendo al loro dovere: difendere gli ebrei e Israele.
Una dinamica in cui, comunque vada, si “vince”.
Il livello di patologia morale collettiva di cui stiamo parlando è qualcosa di senza precedenti nella storia moderna. E non è un’esagerazione.
Sono certo che i genitori che stanno preparando la lettera aperta conoscano Breaking the Silence e sappiano che esiste come risorsa.
Ma, francamente, immagino che eviteranno perfino di citarla, viste le connotazioni negative che la propaganda israeliana ha associato a quegli ex soldati segnati dal Disturbo Post Traumatico da Stress o sensi di colpa, bollati nel modo più sprezzante: “quelli che sparano e poi piangono”.
Questo messaggio è rivolto a tutte le persone ragionevoli, lucide e moderne che non riescono a comprendere fino in fondo la profondità e la natura inquietante della crisi che ha travolto il mio paese di nascita.
Siate grati di non vivere in un posto del genere".
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