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20 aprile 2026
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Iran ferito ma non domo
di Rossella Ahmad

Ho messo parzialmente in stand-by le mie considerazioni sull'Iran, e questo per vari motivi. Innanzitutto perché si tratta di una realtà - intendo realtà globale - che è divenuta francamente difficilissima da analizzare. Tutto ciò che dici e che pensi può essere smontato nel giro di un'ora dalla classe politica "occidentale" più imprevedibile e stolta di sempre. Autentici dilettanti allo sbaraglio nella migliore delle ipotesi.

Allo stato attuale, è molto più utile porsi umilmente nella veste di osservatore, E invece mi imbatto di continuo in un florilegio di ricostruzioni ed analisi assai creative, direi fantascientifiche, sull'evoluzione della sciagurata aggressione all'Iran. Ci sta. Ma faccio fatica a seguirle tutte.

C'è un punto fermo, anzi fermissimo, che giova ripetere perché le vie dell'incomprensione come quelle del Signore sono infinite. Ed è il mio sostegno pieno ed incondizionato alla repubblica islamica, che gli stati Uniti hanno aggredito per conto, e nell'unico interesse, di Israele.

Ciò che l'aggressione ha prodotto è un punto altrettanto fermo: un flop totale la pretesa di regime-change e di guerra lampo, una debacle infinita la prestazione USA, culminata con l'imposizione di "negoziati" di cui non ho ancora compreso il senso.

Cioè: comprendo la mossa di Trump, che ha aggirato l'evidente sconfitta ed il vicolo cieco nel quale si trova cambiando furbescamente obiettivi dell'aggressione in corso d'opera.

Comprendo meno l'adesione dell'Iran, che, attualmente, è in una posizione di vantaggio strategico e mediatico sui suoi aggressori, globalmente smerdati dal genocidio di Gaza e dai files di Epstein (nonostante perdurino le resistenze di gran parte della galassia dissidente ad un sostegno pieno e non procrastinabile alla repubblica islamica.

Ed in questi due termini risiede il nocciolo di tali resistenze. Ribadisco che chi manifesti per la Palestina ignorandone tutto il contesto e badando alla personalizzazione delle lotte non ha compreso nulla, né di Palestina né della realtà che lo circonda).

Non lo comprendo perché la storia del Medioriente, della Palestina in particolare, parla chiaro: chi si fidi degli stati uniti e di Israele e sia disposto ad intavolare con essi "negoziati", condanna in realtà se stesso. Oslo è lì, a dimostrare - nei frutti avvelenati che ha prodotto - quale sia l'attitudine al "negoziato" di costoro.

E mi perplime assai il ruolo di "mediatore" del Pakistan. Non si dimentichi che l'attuale governo pakistano è un fantoccio USA, assurto al potere con un colpo di mano parlamentare mediante cui fu defenestrato Imran Khan, democraticamente eletto ed amatissimo leader islamico illuminato, oggi languente in una cella di Islamabad per scontare il suo sostegno a Russia, Cina e ad una politica estera indipendente.

Come saggiamente scrisse Fulvio Grimaldi qualche anno fa, "Il Pakistan atomico non va mollato. A costo di ammazzarne tutti i presidenti e premier eletti, a partire dai Bhutto".

Gli stati Uniti ed Israele non hanno semplicemente aggredito l'Iran: lo hanno stuprato e colpito al cuore con una violenza ed una malvagità che richiede riparazione immediata. In caso contrario, il cielo smette di essere azzurro e la terra cessa di ruotare attorno al proprio asse.

Quindi che si fa, tu cosa faresti? mi chiede mia figlia con la stringente logica dei suoi (pochi) anni. Sì permette a questi pirati internazionali di proseguire nella loro agenda di destabilizzazione, esoterismo e conflitto nucleare globale? Oppure si cerca di mettere una pezza qualsivoglia alla falla gigantesca che questi criminali senza scrupoli hanno aperto in Iran e nell'intero Medioriente?

E qui si ferma la mia analisi. Perché risposte certe e preconfezionate non ne ho. I prossimi giorni e le prossime mosse ci diranno qualcosa in più di una situazione oggettivamente fumosa, resa più pericolosa dall'assoluta disinvoltura con cui Israele è pronto a dare fuoco alle polveri, in qualsiasi momento, persino anzi soprattutto all'interno di negoziati di cui gli stati Uniti cercano di farsi scudo.

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