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18 aprile 2026
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Tutti vogliono l'atomica
di Giacomo Gabellini

Uno degli effetti che la guerra in corso contro l’Iran sembra inesorabilmente destinata a produrre consiste nella moltiplicazione degli inventivi per tutti gli attori internazionali a dotarsi di armi nucleari.

L’Iran, che non possedeva armi nucleari, viene bombardato. La Corea del Nord, che possiede armi nucleari, non viene bombardata.

Saddam Hussein, che aveva sviluppato un programma nucleare per poi abbandonarlo sotto la pressione internazionale, è stato impiccato in seguito all’invasione del suo Paese.

Kim Jong-il, che aveva sviluppato un programma nucleare e si era rifiutato di abbandonarlo, è morto di vecchiaia nel suo letto prima di lasciare il programma al figlio.

Muhammar Gheddafi, che nel 2003 rinunciò volontariamente ai suoi programmi di armi di distruzione di massa in cambio della normalizzazione delle relazioni con l’Occidente, è stato rovesciato con un decisivo intervento occidentale e ucciso.

Ne discende che la decisione di Kim Jong-un di sviluppare e manifestare urbi et orbi un arsenale nucleare credibile ha raggiunto il suo principale obiettivo strategico: rendere la Corea del Nord immune al tipo di trattamento che l’Iran sta ricevendo attualmente.

Secondo l’analista militare Big Serge, «la strategia di stallo americana è, nella sua essenza, un modello di coercizione basato sull’incapacità dell’avversario di minacciare una rappresaglia catastrofica.
Per l’Iran, la deterrenza convenzionale – la minaccia di imporre costi inaccettabili a un aggressore attraverso mezzi militari convenzionali – si è rivelata un fallimento completo. I suoi missili potevano raggiungere le basi americane, potevano imporre costi, potevano complicare la campagna; ma non potevano minacciare il territorio americano, non potevano minacciare le città americane, non potevano rendere i costi della campagna realmente insostenibili per il sistema politico americano.
Le armi nucleari avrebbero cambiato completamente questo scenario».

Ne discende che, sottolinea ancora Big Serge, «il crudele paradosso alla base della politica di non proliferazione è proprio questo: quanto più forte è la giustificazione della non proliferazione come obiettivo politico, tanto più estreme sono le misure necessarie per imporla, e tanto più estreme sono le misure necessarie per imporla, tanto più forte diventa l’incentivo alla proliferazione».

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