 |
Migrante: in bilico su un filo
di Nawal Soufi
Ti trovi appeso. Sospeso tra due mondi che ti chiamano, ma non ti accolgono mai del tutto.
Il migrante vive così: appeso a un filo, sì, ma non un filo fragile. È un filo resistente, intrecciato di memoria, sacrificio e identità. È quel filo che ti tiene in equilibrio, che non ti lascia cadere né da una parte né dall’altra, ma che allo stesso tempo non ti permette mai di poggiare completamente i piedi.
Quando vai nel paese d’origine, ti chiamano “l’italiana”. Quando torni nel paese in cui sei cresciuta, sei “la marocchina”. Non sei mai semplicemente tu: sei sempre qualcosa per qualcun altro, sempre definita da uno sguardo esterno, sempre collocata in un altrove.
E allora impari a camminare su quel filo.
In Italia ti dicono che sei in forma, che essere magri è bello, quasi un traguardo. Dall’altra parte, invece, ti guardano con preoccupazione: “Stai male? Stai soffrendo? Devi mangiare, devi riprenderti, così non va.” Due visioni del mondo che si scontrano anche nel corpo, nella carne, nel modo in cui esisti fisicamente.
E così, anche quando pensi, non pensi mai in una sola direzione. Ogni ragionamento è una mediazione, un compromesso silenzioso tra due culture, due educazioni, due sensibilità. Cerchi sempre quel punto nel mezzo, quell’idea che non ferisca né una parte né l’altra. Ma in questo continuo cercare equilibrio, spesso sei tu a piegarti.
Poi ci sono le assenze.
Quando muore una persona cara, lo sai già: difficilmente riuscirai a esserci. I tempi sono stretti, le distanze lunghe, i costi pesanti. Il funerale avviene quasi sempre nella stessa giornata, e tu resti lì, con il telefono in mano, a ricevere notizie che arrivano troppo tardi. Ti manca l’ultimo sguardo, l’ultimo saluto, quell’abbraccio che non si può rimandare.
E quando le perdite si accumulano, quando nel giro di poche settimane la vita ti strappa più persone, capisci davvero cosa significa vivere lontano. Non è solo distanza geografica: e' una sottrazione continua. Ti vengono rubati momenti che nessun luogo, nessuna città, nessuna conquista potrà mai restituirti.
Ti mancano gli abbracci dati nel momento giusto. Ti mancano le lacrime condivise, quelle che scorrono sulle spalle di chi ami. Ti manca il poter dire “sono qui” senza dover spiegare perché non puoi esserlo davvero.
E non è solo nel dolore.
Anche nella gioia resti sospeso. Matrimoni, nascite, lauree, feste improvvisate nei cortili o nelle case piene di voci: tutto accade senza di te, o con te solo a metà, attraverso uno schermo, un messaggio, una foto. Sei presente, ma non abbastanza. Partecipi, ma non vivi davvero.
E allora continui a stare lì, su quel filo.
Non cadi, no. Non cedi. Lotti ogni giorno per mantenere quell’equilibrio fragile ma ostinato. Lo fai per non ferire chi ami, per non tradire nessuna delle tue radici. Lo fai anche per te stesso, per non spezzarti.
Ma la verità è che essere migrante non è una condizione romantica. Non è solo forza, non è solo opportunità. È anche fatica, rinuncia, nostalgia che non passa mai del tutto. È una ferita silenziosa che impari a portare con dignità.
Eppure, dentro questa fatica, nasce qualcosa di unico.
Diventi ponte. Diventi traduzione vivente di due mondi. Hai occhi capaci di vedere dove altri non guardano, orecchie che comprendono sfumature che altri non sentono. Hai dentro due case, anche se a volte nessuna delle due sembra completamente tua.
E forse è proprio questo il paradosso più grande: sentirsi stranieri ovunque, ma allo stesso tempo appartenere a qualcosa di più grande, più ampio, più umano.
Perché sì, siamo tutti figli di questo mondo. Ma non tutti conoscono il peso e la bellezza di vivere tra più mondi.
E tu continui a camminare, su quel filo.
Non perché sia facile.
Ma perché ormai hai imparato a farlo diventare la tua strada.
Che Dio abbia misericordia di te, cara zia.
 
Dossier
diritti
|
|