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Sistema di abusi in carcere porta a desiderare la morte
di Emma Buonvino
“Ho desiderato la morte”: dentro il sistema della violenza nelle carceri israeliane.
Non sono episodi isolati. Non sono deviazioni. Le testimonianze raccolte da organizzazioni per i diritti umani e riportate da inchieste internazionali descrivono un quadro coerente, ripetuto, sistematico.
Un sistema.
Secondo un rapporto dell’organizzazione Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, basato su decine di interviste a ex detenuti palestinesi, la violenza sessuale nelle carceri israeliane — in particolare contro i prigionieri provenienti da Gaza dopo il 7 ottobre 2023 — sarebbe utilizzata come strumento deliberato di tortura, umiliazione e controllo.
Le testimonianze sono difficili da leggere. Ma è necessario ascoltarle.
Una donna palestinese di 42 anni, detenuta nel centro di Sde Teiman, racconta:
“Ero nuda, legata a un tavolo di metallo. Due soldati mi hanno violentata per ore. Mi hanno lasciata incatenata, sanguinante, per tutta la notte. Il giorno dopo sono tornati. Ho desiderato la morte.”
Un uomo di 35 anni descrive un altro tipo di abuso:
“Mi hanno costretto a spogliarmi. I cani addestrati mi hanno urinato addosso. Poi uno di loro mi ha penetrato, mentre venivo picchiato. Era evidente che fosse addestrato per farlo.”
Un avvocato palestinese riferisce di un caso documentato in cui un soldato avrebbe inserito l’ugello di un estintore nel corpo di un detenuto, causando gravi lesioni interne.
Un’altra testimonianza parla di stupri ripetuti, filmati dai soldati stessi:
“Ridevano mentre mi violentavano. Mi hanno mostrato i video durante l’interrogatorio, minacciando di pubblicarli.”
Le vittime parlano di telecamere, stanze attrezzate, procedure ripetute. Non caos. Organizzazione.
Secondo i ricercatori, la violenza sessuale viene utilizzata anche come forma di ricatto: contro i detenuti, contro le loro famiglie, contro l’intera comunità. In molti casi, la vergogna e lo stigma impediscono alle vittime di parlare, soprattutto alle donne.
E c’è un altro elemento, ancora più inquietante.
Il rapporto sostiene che questi abusi siano resi possibili da un sistema più ampio: detenzioni senza processo, accesso negato ad avvocati e osservatori internazionali, copertura istituzionale. Alcuni medici avrebbero certificato l’idoneità all’interrogatorio nonostante segni evidenti di tortura. In diversi casi, procedimenti giudiziari sarebbero stati archiviati o ridimensionati.
Un’inchiesta delle Nazioni Unite ha parlato esplicitamente di violenza sessuale utilizzata come “metodo di guerra”.
Non è solo ciò che accade dentro le celle. È ciò che accade dopo.
I sopravvissuti raccontano di vivere con traumi persistenti: dolore fisico, incubi, senso di colpa, perdita di identità. Il danno si estende alle famiglie, alle relazioni, al tessuto sociale.
“Non è un singolo atto di violenza,” ha dichiarato un ricercatore.
“È un processo progettato per distruggere una persona dall’interno.”
Queste voci esistono. Sono state raccolte, registrate, documentate.
La domanda, ora, è se il mondo è disposto ad ascoltarle davvero.
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