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13 aprile 2026
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Ezra Klein: l'antisionismo sta crescendo
Paolo Mossetti

Un sorprendente editoriale di Ezra Klein, influentissimo commentatore di centrosinistra, moderato e buonsensista, molto imitato dai podcaster italiani, che spiega l'inefficacia della cancel culture a sinistra. In particolare nel dibattito mediorientale, spiega, dove alcuni intellettuali-gatekeeper vorrebbero tagliare fuori influencer di successo perché sensazionalisti, rozzi, o troppo estremisti.

Escludere il dissenso con parametri troppo restringenti finisce per indebolire il dibattito democratico invece di rafforzarlo. Ed è inefficace per gli scopi che ci si propone.

Vale anche da noi in Italia, dove c'è chi, tra i liberal di sinistra e persino tra i movimentisti, vorrebbe battere Meloni e 30 anni di conformismo plumbeo su Israele con una coalizione che al massimo vada da Gentiloni a Zerocalcare passando per Rosi Braidotti.

«Un sondaggio di Gallup di febbraio ha rilevato, per la prima volta, che più americani simpatizzano per i palestinesi che per gli israeliani. Tra i democratici, il divario è schiacciante: il 65% simpatizza di più per i palestinesi e il 17% per gli israeliani...

Questo non è il risultato di una psy-op internazionale o di un proliferare di meme...

L’antisionismo sta crescendo come risposta a ciò che Israele sta facendo. Non sarà semplicemente possibile trattarlo come un punto di vista marginale da mettere alla gogna o isolare fino a renderlo invisibile. Sì, l’antisemitismo spesso si maschera da antisionismo. Quindi non fate il lavoro degli antisemiti al loro posto. Se continuate a dire alle persone che, se si oppongono allo Stato ebraico, allora significa che evidentemente devono odiare anche il popolo ebraico, alla fine finiranno per credervi...

L’impulso a tagliare i ponti con chi non è d’accordo con noi va ben oltre Piker o il dibattito su Israele-Palestina. Sta al cuore della “cancel culture” come tattica politica. Si basa su una fiducia nel potere dei gatekeeper che poteva essere vera in un’epoca precedente, ma che non rispecchia più il modo in cui oggi si conquista e si mantiene l’attenzione.

Tucker Carlson è stato estromesso da Fox News ed è diventato più forte su X e YouTube. Nick Fuentes è stato bandito dalle principali piattaforme social e ha guadagnato forza nell’ombra. Donald Trump è passato dall’essere bandito da quasi tutte le principali piattaforme social al riconquistare la presidenza...

Ma non è solo che la “cancel culture” ha fallito nel mettere a tacere i suoi bersagli; ha anche indebolito chi l’ha utilizzata. Il Partito Democratico — e il movimento progressista — è stato penalizzato dalla convinzione di poter decidere i confini del dibattito accettabile. Limitando con chi poteva parlare, ha limitato ciò che poteva ascoltare e il pubblico a cui poteva rivolgersi...

Alla base c’è un principio importante: la conversazione non è una ricompensa da concedere a chi è d’accordo con noi; è un’abitudine necessaria in una democrazia. L’obiettivo non è tanto trovare un accordo quanto approfondire la comprensione. Parlare con gli altri significa credere nella possibilità di cambiamento — loro e nostro.

Il fatto che ci piaccia o meno tutto ciò che qualcuno ha detto dovrebbe essere separato dalla questione se quella persona valga la pena di essere ascoltata».

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