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Dollaro potrebbe perdere potere causa guerra all'Iran
di Leandro Leggeri
La guerra tra Stati Uniti e Iran sta producendo effetti che vanno ben oltre il piano militare, arrivando a colpire uno degli strumenti centrali del potere americano: il dollaro.
Secondo un’analisi pubblicata dal Financial Times, l’uso crescente del dollaro come arma geopolitica — attraverso sanzioni e restrizioni finanziarie — sta mostrando limiti strutturali sempre più evidenti. Il caso iraniano è emblematico: nonostante sia tra i paesi più sanzionati al mondo, Teheran continua a esportare petrolio, finanziare le proprie attività e persino imporre costi indiretti al traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
In alcuni casi, secondo dati riportati da Lloyd’s List Intelligence, navi commerciali avrebbero pagato fino a 2 milioni di dollari per garantirsi un passaggio sicuro. Inoltre, funzionari iraniani avrebbero ipotizzato l’introduzione di forme di pagamento alternative — incluse criptovalute — per il transito delle petroliere, aggirando così il sistema finanziario dominato dagli Stati Uniti.
Il problema, sottolinea l’analisi, è intrinseco alla natura stessa del sistema: il dollaro è efficace come strumento di pressione solo finché resta conveniente utilizzarlo. Quando viene “weaponizzato”, cioè trasformato in arma politica, incentiva inevitabilmente la ricerca di alternative.
È quanto già emerso con la Russia dopo le sanzioni del 2022, ma oggi appare ancora più evidente nel contesto del Vicino Oriente. Paesi colpiti da sanzioni tendono infatti a sviluppare reti parallele: scambi in yuan con la Cina, circuiti finanziari informali e, sempre più, sistemi basati su criptovalute difficilmente controllabili da Washington.
Questo processo rischia di produrre un effetto paradossale: invece di rafforzare il potere americano, il sistema finanziario globale potrebbe diventare un moltiplicatore di capacità per i suoi avversari. Come sintetizzato nell’analisi, l’interdipendenza economica, da strumento di stabilità, si sta trasformando in un fattore di instabilità proprio a causa del suo uso politico.
Il risultato non è un crollo immediato dell’egemonia del dollaro, ma un processo di erosione progressiva. Un processo che, nel contesto attuale, potrebbe accelerare molto più rapidamente rispetto alle dinamiche storiche del passato.
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