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Giustizia sbilanciata
di
Giuseppe Franco Arguto
𝘘𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘵𝘵𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢 𝘤𝘦𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘪𝘯𝘢𝘮𝘪𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘦𝘥𝘰𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘢𝘥𝘦 𝘮𝘢𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘱𝘦𝘴𝘰 𝘴𝘶 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪, 𝘭𝘢 𝘳𝘢𝘱𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘴𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘧𝘪𝘥𝘶𝘤𝘪𝘢 𝘦 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘭𝘪𝘵𝘶𝘳𝘨𝘪𝘢 𝘦𝘴𝘢𝘶𝘴𝘵𝘢.
Mattarella ha concesso la grazia a Nicole Minetti.
Il Quirinale ha precisato che l’atto di clemenza si è fondato anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore che necessita di assistenza e cure particolari; la stessa Minetti era stata condannata in via definitiva a una pena complessiva di 3 anni e 11 mesi, risultante da due condanne, una per peculato e una nel processo Ruby bis.
Ed è qui che il discorso si fa politico, non perché il dolore privato non meriti rispetto, ma perché in uno Stato che pretende dai cittadini obbedienza, sacrifici e fiducia, l’umanità sembra comparire sempre con un tempismo selettivo, quasi notarile, quando a beneficiare della clemenza è un nome che il potere conosce già.
Il Quirinale richiama ragioni umanitarie, ed è un richiamo formalmente legittimo; ma proprio questa legittimità, agli occhi di un Paese che vede ogni giorno carceri, tribunali e apparati spesso ben meno misericordiosi con gli anonimi, spalanca un abisso politico e simbolico.
Il punto, allora, non è discutere astrattamente la prerogativa presidenziale, che esiste ed è stata esercitata; il punto è il messaggio che precipita nella coscienza pubblica: che la Repubblica sa essere umana, sì, ma con una geometria che molti percepiscono ancora una volta inclinata verso l’alto, e quando la giustizia appare diversa a seconda del volto che ha davanti, non si lacera soltanto il principio di uguaglianza, piuttosto si corrode la credibilità stessa dell’ordine democratico.
Per questo fa quasi tenerezza chi continua a parlare del sistema della rappresentanza come se fosse ancora il luogo della volontà popolare e non, sempre più spesso, il teatro dove il privilegio si presenta truccato da istituzione.
La democrazia non è malata: è morente.
 
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