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Giustizia uguale per tutti, ma la grazia no
di Raffaele Florio
Certe notizie hanno un talento raro: riescono a trasformare la giustizia in una barzelletta raccontata male. E la grazia concessa a Nicole Minetti è una di quelle.
Partiamo dai fatti, che in questo Paese sono sempre l’accessorio meno di moda.
Minetti non è una povera disgraziata inciampata per caso nel codice penale. È stata condannata in via definitiva per il caso delle cosiddette “cene eleganti” e per reati legati alla gestione dei soldi pubblici, con una pena complessiva di quasi quattro anni. Non un equivoco, non una svista burocratica: una sentenza definitiva, cioè la forma più solida che la verità giudiziaria riesca a prendere.
Eppure, arriva la grazia. Motivazione: “ragioni umanitarie”, legate a esigenze familiari riservate.
Perfetto. Talmente riservate da essere invisibili anche al principio di uguaglianza.
Perché il punto non è Minetti. Il punto è il messaggio.
In uno Stato serio, la grazia è un atto eccezionale, chirurgico, quasi doloroso. Qui invece sembra diventare una scorciatoia selettiva: funziona meglio se hai avuto accesso ai salotti giusti, alle conoscenze giuste, al sistema giusto.
Il problema è politico prima ancora che giuridico.
Quando un Presidente della Repubblica come Sergio Mattarella firma una grazia, lo fa su proposta del ministro della Giustizia, in questo caso Carlo Nordio. Quindi non è un gesto individuale, ma una decisione condivisa dentro le istituzioni. Tradotto: lo Stato ha deciso che, in questo caso, la pena poteva non essere eseguita.
E allora la domanda diventa inevitabile, persino per chi ha smesso di farsene:
perché lei sì e migliaia di altri no?
Se la risposta è “perché ci sono esigenze umanitarie”, allora bisogna spiegare perché quelle esigenze diventano decisive solo per alcuni.
Il sistema penitenziario italiano è pieno di detenuti con problemi familiari, sanitari, sociali ben più drammatici, che non ricevono alcuna grazia.
Qui non si contesta l’istituto della grazia. Si contesta il suo uso.
Perché quando un potere discrezionale viene esercitato senza trasparenza reale, si trasforma da atto di clemenza a gesto arbitrario.
E poi c’è il dettaglio che rende tutto più grottesco: la discrezione assoluta.
La grazia è stata concessa “senza pubblicità”, scoperta quasi per caso da un programma televisivo. Come se fosse una pratica da sbrigare in silenzio, sperando che nessuno se ne accorga. Un favore da non disturbare.
Il risultato è devastante, ma coerente con una lunga tradizione nazionale: la giustizia non è uguale per tutti, è solo scritta così sui muri. È uguale per molti.
E mentre il cittadino qualunque si arrabatta tra processi infiniti e pene certe, qualcuno riesce ancora a trovare l’uscita laterale. Non per innocenza. Non per errore giudiziario. Ma per opportunità.
Se la legge è uguale per tutti, anche la pietà dovrebbe esserlo.
Altrimenti non è giustizia. È selezione. E pure fatta male.
 
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