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10 aprile 2026
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Stretto di Hormuz aperto ma controllato
di Leandro Leggeri

Nel pieno della tregua fragile tra Stati Uniti e Iran, emerge uno scenario che potrebbe ridefinire gli equilibri del Vicino Oriente e del commercio globale: la trasformazione dello Stretto di Hormuz in una sorta di “casello” controllato da Teheran.

Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico The Telegraph, le petroliere che attraversano lo stretto sarebbero oggi costrette a seguire rotte più vicine alla costa iraniana, passando tra le isole di Qeshm e Larak, e a sottoporsi a un processo di autorizzazione gestito da intermediari legati ai Pasdaran. Questo includerebbe la comunicazione preventiva di carico, destinazione e proprietà della nave, seguita dal pagamento di un pedaggio che può arrivare a circa 1 dollaro per barile.

Il sistema, definito informalmente “Tehran Tollbooth”, comporterebbe costi medi di circa 2 milioni di dollari per singola petroliera, con pagamenti effettuati in yuan cinesi o criptovalute. In cambio, unità iraniane fornirebbero scorta armata durante il transito. Un meccanismo che, pur non formalizzato giuridicamente, rappresenta di fatto una forma di controllo operativo dello stretto.

Le implicazioni strategiche sono profonde. Lo Stretto di Hormuz, punto di passaggio cruciale per circa un quinto del petrolio mondiale, è regolato dal principio della libertà di navigazione sancito dalla Convenzione ONU sul diritto del mare. L’imposizione di un pedaggio da parte iraniana si configurerebbe quindi come una violazione di tale principio, avvicinandosi più a una logica di coercizione che a una regolamentazione legittima del traffico marittimo.

Secondo alcune stime riportate nell’articolo, Teheran potrebbe arrivare a incassare fino a 500 miliardi di dollari in cinque anni, rafforzando in modo decisivo la propria posizione regionale e consentendo ai Pasdaran di ricostruire e ampliare le proprie capacità militari. Una prospettiva che, secondo diversi analisti, difficilmente potrà essere accettata a lungo da attori come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, fortemente dipendenti dal transito marittimo per le esportazioni energetiche.

Il nodo centrale resta politico e militare. Washington ha subordinato la tregua alla riapertura “completa e sicura” dello stretto, ma Teheran sembra interpretare questa condizione in modo diverso, mantenendo un controllo de facto sui transiti. In questo contesto, il rischio è che il sistema del “pedaggio” non rappresenti una soluzione temporanea, ma un nuovo modello di pressione strategica: non la chiusura dello stretto, ma il suo controllo selettivo.

Storicamente, ogni tentativo di limitare o condizionare il traffico in uno stretto strategico ha portato a un’escalation. Anche questa volta, la prospettiva più probabile non sembra essere la stabilizzazione del sistema, ma un suo superamento attraverso nuove operazioni militari o accordi forzati.

In altre parole, Hormuz non è chiuso. Ma non è più libero.

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