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Il cappio dello stretto di Hormuz
di Emma Buonvino
Tortura e detenzione dei palestinesi
Lo Stretto di Hormuz è il punto in cui la geografia diventa potere.
Un passaggio di mare strettissimo, ma da cui dipende una parte enorme dell’energia globale.
Nel 2025, attraverso Hormuz sono transitati in media circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, pari a circa il 25% del commercio mondiale marittimo di petrolio. Inoltre, da lì passa anche circa il 19–20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (LNG), soprattutto grazie alle esportazioni del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti.
Il punto decisivo è che non esistono vere alternative sufficienti.
Secondo l’IEA, le infrastrutture disponibili per aggirare Hormuz — come alcuni oleodotti sauditi ed emiratini — possono deviare solo circa 3,5–5,5 milioni di barili al giorno, cioè molto meno rispetto ai volumi che normalmente attraversano lo stretto. In altre parole: se Hormuz si blocca davvero, il sistema globale non ha un piano B adeguato.
Ed è qui che nasce il “cappio”.
Perché non serve nemmeno una chiusura totale.
Basta che una crisi renda il passaggio insicuro, militarizzato, assicurativamente tossico, e l’effetto si propaga subito:
aumentano i costi assicurativi delle petroliere,
rallentano o si fermano le spedizioni,
salgono i prezzi del petrolio e del gas,
aumenta l’inflazione,
si scarica il costo su trasporti, cibo, bollette e industria.
L’EIA ha già registrato che, quando i flussi attraverso Hormuz si riducono, i prezzi del greggio tendono a salire rapidamente; e nel contesto attuale Reuters ha documentato forti shock sui flussi e sui prezzi energetici legati alla crisi regionale.
Energia USA
La dipendenza non è uguale per tutti.
Alcuni Paesi del Golfo soffrono più di altri:
Iraq, Kuwait e Qatar sono tra i più esposti,
Arabia Saudita e UAE hanno almeno qualche via alternativa,
Iran può usare la minaccia su Hormuz come leva strategica anche quando subisce pressioni militari o sanzioni.
Questo significa che Hormuz non è solo una rotta commerciale: è una leva di ricatto sistemico. Chi lo controlla o lo minaccia non colpisce soltanto una nave: colpisce l’architettura stessa della stabilità economica mondiale.
E qui si vede tutta l’ipocrisia dell’ordine internazionale.
Per mesi o anni, guerre, occupazioni, massacri e assedi possono essere raccontati come “questioni locali”, “tensioni regionali”, “complessità storiche”.
Ma quando il fuoco si avvicina a un collo di bottiglia come Hormuz, allora il mondo occidentale cambia tono.
Non perché scopra improvvisamente il valore della vita umana.
Ma perché capisce che la violenza, a quel punto, non minaccia solo i corpi degli altri — minaccia anche il proprio benessere materiale.
Lo Stretto di Hormuz è il punto in cui il capitalismo globale mostra la sua vera fragilità:
non ha una coscienza, ma ha una gola.
E quella gola può essere stretta.
Lo Stretto di Hormuz non è un tratto di mare. È un cappio.
Da lì passa circa un quarto del petrolio marittimo mondiale e circa un quinto del commercio globale di LNG.
Parliamo di circa 20 milioni di barili al giorno.
E no: non esistono alternative sufficienti.
Gli oleodotti che dovrebbero aggirarlo possono sostituire solo una parte minima dei flussi.
Questo significa una cosa semplicissima:
se Hormuz si stringe, il mondo tossisce.
Se si chiude, il mondo va in crisi.
Prezzi dell’energia, trasporti, cibo, inflazione, mercati, approvvigionamenti: tutto comincia a tremare.
E allora improvvisamente i governi “si preoccupano”.
Non per i morti.
Non per i popoli massacrati.
Non per la devastazione.
Si preoccupano quando il sangue arriva alle arterie del mercato.
Perché l’Occidente tollera quasi tutto.
Tranne ciò che gli stringe il collo.
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