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06 aprile 2026
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Israele nasconde le prove creando cartoline
di Emma Buonvino

Israele ha trasformato i luoghi del delitto in cartoline.

Dopo aver distrutto i villaggi palestinesi e cacciato i loro abitanti, in molti casi non si è fermato lì.

Ha coperto le rovine con pini, foreste, parchi, sentieri, aree picnic. Perché al colonialismo non basta massacrare, espellere, occupare.

Vuole anche riscrivere il paesaggio, così che il crimine sparisca dalla vista e il furto sembri natura.

Sotto quei pini ci sono ancora villaggi come Lubya, Saffuriyya, Iqrit, Bir’im, al-Ghabisiyya.

Non sono nomi astratti. Erano case, cortili, scuole, pozzi, uliveti, cimiteri, vite.

E oggi, sopra quelle rovine, spesso ci sono tavoli da picnic, cartelli turistici e famiglie in gita.

La gente passeggia dove un popolo è stato cancellato.

Questa è la forma più disgustosa della propaganda coloniale: trasformare una scena del crimine in paesaggio da cartolina.

Così il villaggio assassinato diventa “parco”. La pulizia etnica diventa “riforestazione”.

E la memoria palestinese dovrebbe sparire sotto un po’ d’ombra e qualche panchina.

Sotto quei pini non c’è natura. C’è una prova nascosta.

Hanno trasformato i luoghi del delitto in cartoline.

Ma le cartoline, a volte, bruciano.

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