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Opzione militare contro l'Iran: tre no in Consiglio di Sicurezza
di Leandro Leggeri
Il tentativo di autorizzare un intervento militare per riaprire lo Stretto di Hormuz si è arenato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, segnando un passaggio chiave nella crisi internazionale.
Secondo quanto riportato dal New York Times, Russia, Cina e Francia si sono opposte a qualsiasi formulazione che autorizzasse l’uso della forza contro l’Iran. Il risultato è uno stallo diplomatico che, di fatto, blocca la possibilità di una legittimazione internazionale dell’opzione militare.
La risoluzione, promossa dal Bahrein insieme ad altri Paesi del Golfo, prevedeva la possibilità per gli Stati membri di utilizzare “tutti i mezzi necessari” per garantire la sicurezza del traffico marittimo. Ma il veto dei membri permanenti ha reso evidente una realtà ormai consolidata: non esiste consenso internazionale su un’escalation militare.
Il punto è cruciale. Senza copertura ONU, qualsiasi operazione per “liberare” Hormuz resterebbe una scelta unilaterale o di coalizione ristretta, con costi politici e rischi ancora più elevati.
Nel frattempo, l’Iran ha chiarito di voler continuare a esercitare un controllo diretto sul traffico nello stretto, consolidando una leva strategica che sta già producendo effetti globali: aumento dei prezzi energetici, interruzioni delle forniture e pressione sulle economie del Golfo.
Per i Paesi arabi produttori, la situazione è particolarmente critica. Il blocco ha colpito direttamente le loro esportazioni, mettendo in difficoltà bilanci statali fortemente dipendenti dagli idrocarburi. Il caso del Qatar è emblematico, con la sospensione della produzione di gas e perdite economiche significative.
Ma al di là dell’impatto economico, il dato politico è forse ancora più rilevante. La crisi sta ridefinendo gli equilibri regionali: relazioni costruite negli ultimi anni — anche grazie a mediazioni come quella cinese tra Arabia Saudita e Iran — rischiano di essere compromesse in modo duraturo.
E soprattutto emerge un punto ormai difficile da ignorare: la questione di Hormuz non è risolvibile semplicemente con la forza. Come sottolineato da diversi analisti, si tratta di una crisi politica e strategica che riflette le dinamiche del conflitto stesso.
In altre parole, lo stretto è il sintomo, non la causa. E finché la guerra continua, anche il blocco resta — con tutte le sue conseguenze globali.
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