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Generazione Gaza
di Federica Borlizzi
Il vecchio mondo sta morendo. E, no, non lo rimpiangeremo.
300 mila persone, sabato, hanno invaso le vie di Roma, spingendosi fino alla tangenziale e bloccando la città.
Una mobilitazione che si è svolta in contemporanea a centinaia di altre nel mondo: da Londra a Minneapolis, da New York a Porto, da Lisbona a Los Angeles, passando per Berlino, Parigi, Sydney. Secondo il “The Guardian”, il 28 marzo, sono scese in piazza 8 milioni di persone in 3.000 manifestazioni sparse in tutto il pianeta.
A Roma, la straordinaria partecipazione non è stata una casualità. Quella giornata, preceduta da un concerto meraviglioso, è stata il frutto di un meticoloso lavoro organizzativo, che abbiamo costruito come rete “No Kings”: oltre 700 associazioni, tra movimenti studenteschi e ambientalisti, realtà sindacali, centri sociali, collettivi territoriali stanno ragionando da mesi su come realizzare uno spazio non proprietario, in cui dare vita ad alleanze e convergenze inedite.
Uno spazio di opposizione e di rilancio.
Opporsi ai “Re e alle loro guerre”: spodestare chi si crede il sovrano del mondo, imponendo regimi autoritari e guerrafondai, impedendo l’esercizio delle libertà fondamentali e distruggendo i diritti sociali.
Rilanciare: perché se è vero che il “vecchio mondo sta morendo”, noi vorremmo creare le condizioni per poter dire che “non lo rimpiangeremo”.
Non vogliamo rimpiangere un ordine internazionale e interno ai singoli Stati fondato sulla “menzogna” dell’universalità delle regole: in quelle aporie si sono radicate le condizioni che hanno reso possibile l’attuale fase apertamente autoritaria. Le democrazie liberali hanno sempre custodito e alimentato al proprio interno una riserva di potere illimitato, una riserva di arbitrio punitivo che si è indirizzato al governo di specifiche soggettività (si pensi allo spazio d’eccezione riservato alle persone migranti).
Ora che quelle eccezioni si sono fatte norma, ora che chi è al potere rivendica apertamente un potere senza limiti, dobbiamo evitare una tentazione.
Quella di pensare che, per fermare l’odierno autoritarismo securitario, basti rifugiarsi nella difesa dell’ordine liberale.
Perché è proprio dentro quell’ordine -nelle sue crepe, nelle sue ambiguità, nelle sue esclusioni- che si sono prodotte le condizioni dell’oggi.
Quelle stesse eccezioni, usate per governare alcune vite,
oggi si estendono a tutte.
Questo è un pezzo di ragionamento collettivo che, come Rete No Kings, abbiamo sviluppato dall’incontro e dal confronto, soprattutto con le nuove generazioni.
Quella “Generazione Gaza” che non vuole difendere l’esistente ma ribaltare l’intero sistema di potere, fondato su capitalismo sfrenato, guerre, disuguaglianza, sfruttamento.
Quella Generazione che, in questi anni, è scesa in piazza per la giustizia climatica, innovando le pratiche di lotta.
Quella Generazione che ha bloccato tutto, in solidarietà con il popolo palestinese e contro il genocidio a Gaza.
Quella Generazione che sta subendo la criminalizzazione più brutale: tra un decreto Caivano che è finito per trattare financo il disagio giovanile come questione di ordine pubblico (rendendo sovraffollati gli stessi IPM) ai decreti sicurezza che puntano a reprimere ogni spazio di partecipazione e dissenso.
Quella Generazione che, non a caso, è stata fondamentale per il voto referendario: esprimendo tutta la propria contrarietà non solo ad una riforma della giustizia funzionale ad assegnare poteri illimitati all’Esecutivo ma un intero sistema. Marcio fino al midollo.
Tanto basterebbe per evidenziare quanto sia asfittico il dibattito post voto sulla leadership del centro-sinistra. Solo la miopia di chi non riesce a guardare oltre alle stantie dinamiche politiciste può pensare che questa fase inedita di partecipazione, questa disponibilità a mobilitarsi dalle urne alle piazze possa essere recintata ed esaurirsi nella delega. In ballo c’è molto di più: c’è davvero la rifondazione delle nostre democrazie, su presupposti nuovi.
Per fare questo serve cura, organizzazione ed intelligenza collettiva.
Serve comprendere che, a livello interno, rischiamo una fase di ancor maggiore recrudescenza repressiva.
Al Governo, oramai alla frutta, rimane puntare moltissimo sulla dinamica securitaria. In questo, la conversione del nuovo violentissimo decreto sicurezza è un passaggio strategico, che non può passare sotto silenzio. Fermi di prevenzione, perquisizioni di polizia, daspo dalle piazze, multe salatissime per chi manifesta: il tentativo di intimidire e neutralizzare ogni forma di dissenso. Questo provvedimento è peggiore financo di quello dello scorso anno e la sua approvazione non può avvenire nel silenzio generale.
Si tratta dell’ennesimo attacco ai diritti e alle libertà di tutti e tutte noi. Il tentativo di soffocare quella partecipazione democratica che ci stiamo riprendendo e che sta mettendo sotto scacco chi pensava di poter esercitare un potere illimitato.
Dunque, il movimento No Kings ha davanti a sé sfide importanti che devono esercitarsi su direzioni parallele.
Primo: radicarsi ovunque.
Nei piccoli territori, nelle aree periferiche, soprattutto nel Sud, che non a caso sono state anch'esse protagoniste del voto referendario, avendo compreso sulla propria pelle la violenza delle politiche di questo Esecutivo contro il meridione: dall’autonomia differenziata, alla legge delega di riordino della rete ospedaliera, al piano sulle “aree interne”, che punta di fatto ad "accompagnarle al declino", aprendo nuovi spazi di sfruttamento e speculazione.
Radicarsi nei territori, in tutti i territori, significa anche riconoscere e rompere quel principio monarchico che domina molti piccoli centri: un potere chiuso, asfittico, clientelare che decide su ogni aspetto delle vite di tutti/e senza possibilità di partecipazione.
Se vogliamo spezzare la logica monarchica, dobbiamo farlo in ogni luogo in cui essa si riproduce: nei territori, nelle istituzioni locali, nei rapporti sociali. È da lì che può nascere un’alternativa concreta.
Secondo: internazionalizzarsi.
Le piazze che abbiamo visto non sono episodi isolati: sono frammenti di un possibile movimento globale. Dobbiamo fare in modo che si riconoscano, si parlino, si ritrovino.
Internazionalizzarsi significa trasformare la simultaneità delle proteste in un progetto condiviso. Non basta coordinarsi contro qualcuno: dobbiamo iniziare a coordinarci per qualcosa.
Dobbiamo coordinarci per qualcosa di radicale: il salto di qualità delle nostre democrazie, rifondando la convivenza su presupposti inimmaginabili per chi sta in alto.
La partita, dunque, non è solo contenere l'autoritarismo, ma cambiare gioco.
In questa piazza globale, i pedoni hanno smesso di marciare secondo schemi prestabiliti: non si accontentano più di fare scacco matto ai Re, ma hanno deciso di ribaltare l'intera scacchiera.
Il vecchio mondo sta morendo, E, no, non lo rimpiangeremo.
* Giurista
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