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Israele raziona gli intercettori: guerra missilistica inizia a pesare
di
Leandro Leggeri
Dopo quattro settimane di guerra, emerge con sempre maggiore chiarezza un dato che va ben oltre il singolo attacco: Israele sta iniziando a razionare i propri intercettori più sofisticati per preservare le scorte, mentre i missili iraniani continuano a colpire.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le autorità israeliane stanno limitando l’impiego dei sistemi più avanzati, in particolare quelli della famiglia Arrow, e stanno ricorrendo in misura crescente a versioni potenziate di sistemi meno performanti, come il David’s Sling e in alcuni casi lo stesso Iron Dome adattato a minacce più complesse.
Il problema è semplice solo in apparenza: ogni intercettore ha un costo elevatissimo, richiede tempi lunghi di produzione e non può essere impiegato senza calcolare attentamente la natura della minaccia. In una guerra di consumo, anche il miglior sistema difensivo del mondo entra progressivamente sotto pressione.
L’articolo riferisce che alcuni recenti missili balistici iraniani sono riusciti a colpire direttamente Dimona e Arad dopo tentativi di intercettazione falliti con munizioni meno avanzate. È un passaggio importante, perché indica che il sistema difensivo israeliano resta molto efficace, ma non è impermeabile, soprattutto se costretto a gestire nel tempo salve continue e differenziate.
La guerra, in questo senso, si sta trasformando sempre più in una corsa all’esaurimento. Da una parte Israele e gli Stati Uniti hanno ridotto significativamente la capacità iraniana di lanciare missili, ma non l’hanno annullata. Dall’altra l’Iran continua a saturare il sistema con vettori prodotti in massa, mentre anche Hezbollah mantiene una pressione costante con ulteriori lanci quotidiani.
Il punto strategico è che non conta solo quanti missili arrivano, ma quanti intercettori sei costretto a consumare per fermarli e per quanto tempo puoi sostenere quel ritmo. Ogni decisione difensiva diventa quindi anche una scelta di priorità: cosa abbattere, cosa lasciare cadere in aree non abitate, quali scorte preservare per i giorni successivi.
Il problema non riguarda solo Israele. Anche gli alleati regionali degli Stati Uniti, come Emirati, Qatar e Bahrein, chiedono più sistemi di difesa, mentre le stesse scorte americane — comprese quelle necessarie ai sistemi THAAD — risultano sotto pressione. Il risultato è che questa guerra non consuma soltanto missili e droni iraniani, ma anche anni di produzione industriale occidentale.
In altre parole, il nodo non è più soltanto la superiorità tecnologica, ma la sostenibilità materiale della difesa nel tempo. Ed è proprio qui che la guerra di attrito voluta da Teheran prova a colpire: non necessariamente sfondare sempre, ma costringere l’avversario a spendere, scegliere e logorarsi.
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