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Il respiro della storia e i nuovi barbari
di Rossella Ahmad
Qualche anno dopo la morte di Ruhollah Khomeini, spulciando nella biblioteca di un anziano zio mi capitò di trovare un settimanale, credo fosse Panorama, che riportava un articolo scritto per l'occasione. Non si trattava di un'apologia per la morte di un grande della storia, comunque la si pensi sula Rivoluzione iraniana, ma quasi.
L'articolista raccontava con ammirazione della frugalità in cui viveva colui che in occidente era stato fino ad allora dipinto come il "padrone" dell'Iran. Allungato in un modesto giaciglio, nell'angolo di una stanza disadorna, era assistito dall'anziana moglie Khadigia, che rivelò: "Sessant'anni di vita assieme e non ricordo che mi abbia mai chiesto un bicchiere d'acqua".
Sarebbe morto di lì a poco. In prossimità della scomparsa veniva raccontata la vita vera di un uomo demonizzato dall'occidente.
Per me, giovanissima, fu una rivelazione. Uno degli spartiacque che hanno segnato un prima e un dopo. Ed il dopo è rappresentato dalla sfiducia assoluta, incontrastabile, nell'informazione di regime. Il nostro regime.
Compresi allora la falsità strutturale dei media mainstream, il loro ruolo di megafono del potere ed il compito ad essi riservato, alieno a qualunque principio di deontologia professionale.
Il famoso "dobbiamo costruire l'opinione pubblica' con cui Lucia Annunziata imprudentemente confessava in diretta TV quale fosse la funzione del giornalismo corporativo. Mi sono posizionata da allora sempre all'opposto rispetto ad esso e credo di non essermi finora sbagliata mai.
Pensavo a quell'immagine mentre guardavo quella recentissima delle ultime ore di Alì Khamenei. Il "padrone" dell'Iran attendeva il martirio seduto in una stanza priva di qualsiasi orpello. Tra le sue mani il libro sacro che dà conforto e sollievo al musulmano in ogni momento della sua vita.
"Ogni anima gusterà la morte. In verità, vi abbiamo messi alla prova con difficoltà e benessere, ed a Noi ritornerete".
Nella mattina del decimo giorno di Ramadan, lui sedeva tranquillo, aspettando il suo appuntamento con la leggenda.
Molto è stato detto su quest'uomo. Quasi tutte erano falsità . Chi sia sincero, dovrebbe confrontare le narrazioni ingannevoli di cui si è nutrito con la realtà quale essa oggi appare con chiarezza, e prendere atto dell'esistenza - in tempi disonorevoli come questi, la loro presenza fa più rumore - di uomini stra-ordinari.
Certo, non è facile. Siamo abituati agli ologrammi che calpestano questa terra pesantemente, senza lasciare traccia se non nel sangue innocente che hanno contribuito a versare. Uomini minuscoli, con jet privati, tappeti rossi, petti gonfi di boria, donne appariscenti che spesso ne rappresentano la mera appendice. Il nulla.
E allora vorrei farvi sommessamente comprendere che chi vi ha mentito sulla Palestina e su tutto il resto, vi ha mentito anche sull'Iran. Sui suoi uomini. Sulle sue donne, in grado di costruire sistemi di guerra elettronica di nuova generazione, e che ci rendono orgogliose. Su un paese che si regge su una forza spirituale che neanche siamo in grado di vedere, figurarsi di comprendere, e che ne è fiero.
"Siamo la nazione di Hussein. Non ci nascondiamo nei bunker", disse Alì Larjiani, il filosofo e lo scolaro, colui che si occupava delle faccende domestiche mentre al contempo reggeva un paese con la solidità richiesta a chi debba fronteggiare sfide vitali, poco prima di essere ucciso dai predoni internazionali. Ed in quella frase non c'era solo l'orgoglio dell'appartenenza.
Hussein, figlio di Fatima ed Alì, nipote del profeta. Le figure umane più amate in Iran.
C'era anche il respiro della storia, un respiro infinito, che non viene soffocato da una cluster bomb dei nuovi barbari.
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