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NYT: guerra all'Iran potrebbe spezzare il trumpismo?
di Leandro Leggeri
La guerra contro l’Iran non è solo un passaggio militare: potrebbe diventare il punto di rottura politico dell’intero progetto trumpiano.
In una conversazione pubblicata dal The New York Times, il giornalista Ezra Klein discute con il pensatore conservatore Christopher Caldwell una tesi forte: l’attacco all’Iran rischia di essere incompatibile con la natura stessa del trumpismo.
Secondo Caldwell, il cuore del trumpismo non era semplicemente il sostegno personale a Donald Trump, ma un progetto politico più ampio fondato su alcuni pilastri: critica alla globalizzazione, opposizione alle élite, centralità della sovranità popolare e, soprattutto, rifiuto delle guerre infinite in Vicino Oriente.
È proprio su questo ultimo punto che si apre la frattura. Entrare in una guerra contro l’Iran significherebbe violare uno dei presupposti impliciti del consenso trumpiano: l’idea che gli Stati Uniti non dovessero più essere trascinati in conflitti lunghi, costosi e senza sbocco.
Il paradosso, sottolineato nell’analisi, è che questa contraddizione non emerge ancora chiaramente nei sondaggi. La base più fedele continua a seguire Trump, ma il problema riguarda la coalizione più ampia: quella parte di elettorato che aveva visto nel trumpismo una rottura con la politica estera interventista del passato.
Secondo questa lettura, il rischio non è un crollo immediato, ma una lenta erosione. Finché la guerra resta limitata, il sistema regge. Ma se il conflitto dovesse tradursi in costi economici, aumento del prezzo del petrolio o coinvolgimento prolungato, allora la contraddizione diventerebbe politicamente esplosiva.
Un altro elemento chiave dell’analisi riguarda la natura stessa del trumpismo. È un’ideologia coerente o semplicemente l’estensione della volontà personale di Trump? Se vale la seconda ipotesi, allora la guerra non lo distrugge, perché il movimento coincide con il leader. Ma se esisteva un progetto politico più ampio, allora la scelta iraniana rischia di segnarne il limite.
Il punto più interessante è forse questo: il trumpismo si è presentato come una forma di “restaurazione democratica”, contro élite e apparati percepiti come autonomi dalla volontà popolare. Ma una guerra non richiesta, opaca nei suoi obiettivi e potenzialmente lunga, rischia di apparire esattamente come ciò che quel progetto prometteva di combattere.
Il quadro che emerge è quindi quello di una tensione irrisolta. Non una rottura immediata, ma una faglia strutturale: tra un movimento nato contro le guerre e un leader che ha scelto di entrarvi.
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