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25 marzo 2026
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Ebrei contro Israele
di Emma Buonvino

GLI EBREI ULTRAORTODOSSI CONTRO ISRAELE: LA VERITÀ CHE LA PROPAGANDA VUOLE NASCONDERE

C’è una verità che il sionismo ha sempre cercato di seppellire sotto tonnellate di propaganda, vittimismo e ricatto morale: non tutti gli ebrei stanno con Israele. E non tutti gli ebrei riconoscono nello Stato israeliano qualcosa di sacro, legittimo o rappresentativo.

Anzi. Una parte del mondo ebraico ultraortodosso considera Israele una bestemmia politica travestita da destino divino. E questo, da solo, dovrebbe bastare a far crollare l’intero castello di menzogne costruito in decenni.

Perché Israele ha sempre venduto al mondo la stessa truffa ideologica: far credere che “ebreo” e “Stato di Israele” siano sinonimi.

Che chi critica Israele odia gli ebrei.

Che chi denuncia i suoi crimini attacca un intero popolo.

È falso. L’ebraismo è una fede millenaria.

Il sionismo è un progetto politico moderno, coloniale, nazionalista e armato.

E molti ebrei ultraortodossi lo sanno benissimo.

Per loro, fondare uno Stato “ebraico” con la forza, con l’esercito, con l’occupazione, con il sangue e con la violenza non è un atto di fede. È un’usurpazione del nome di Dio.

È l’idea mostruosa che si possa prendere il sacro, piegarlo alla geopolitica e trasformarlo in un’arma.

Per questo esistono ebrei ultraortodossi che rifiutano apertamente Israele, il suo nazionalismo e il suo culto della forza. Per questo alcuni di loro marciano persino con i palestinesi.

Per questo gridano al mondo una frase che manda in frantumi la propaganda sionista: “Judaism yes, Zionism no.” Giudaismo sì. Sionismo no.

E no, non si tratta di un dettaglio folkloristico. Si tratta di una crepa gigantesca dentro la narrazione ufficiale.

Perché se persino ebrei religiosissimi rifiutano Israele, allora cade il ricatto più infame di tutti: “Israele rappresenta tutti gli ebrei.”

No. Israele rappresenta uno Stato. Un apparato di potere. Un progetto coloniale. Un sistema armato che pretende obbedienza assoluta.

E infatti oggi quel medesimo Stato è in guerra aperta anche con una parte del proprio mondo ebraico ultraortodosso.

Per anni gli Haredim sono stati esentati dal servizio militare. Poi, quando la macchina di guerra israeliana ha cominciato a divorare uomini, corpi, coscienze e futuro, il governo ha deciso che anche loro dovevano essere trascinati dentro l’ingranaggio.

Ed è lì che il conflitto è esploso in tutta la sua brutalità. Perché molti ultraortodossi non vedono l’esercito israeliano come “difesa”. Lo vedono per ciò che è: una macchina di militarizzazione dell’anima.

Un luogo dove la Torah viene sostituita dall’uniforme. Dove la disciplina religiosa viene sostituita dalla disciplina armata.

Dove il giovane ebreo non deve più servire Dio, ma lo Stato. Non più la coscienza, ma il comando. Non più la fede, ma il fucile.

E allora li abbiamo visti scendere in strada, bloccare città, affrontare la polizia, gridare contro la leva, rifiutare la coscrizione come si rifiuta una profanazione.

E qui si svela la verità più oscura. Israele non tollera dissenso, nemmeno quando il dissenso viene dagli ebrei.

Se sei palestinese, ti bombarda. Se sei un ebreo che rifiuta il suo culto della guerra, ti reprime. Se non ti inginocchi davanti allo Stato, diventi un ostacolo.

Questa è la natura reale di ogni progetto suprematista: non si accontenta di dominare il nemico. Vuole anche disciplinare i propri.

Vuole trasformare tutto in fedeltà.
Tutto in uniforme.
Tutto in obbedienza.
Tutto in identità militarizzata.

Israele non ha solo colonizzato la terra palestinese.

Ha cercato di colonizzare perfino il significato dell’essere ebreo. Ha cercato di sequestrare una religione, una storia, un dolore antico, per trasformarli in scudo politico, in lasciapassare morale, in impunità permanente.

Ha preso il trauma e lo ha trasformato in dominio. Ha preso la memoria della persecuzione e l’ha convertita in licenza di persecuzione.

Ha preso il linguaggio della sopravvivenza e lo ha usato per giustificare l’oppressione di un altro popolo. Eppure, proprio da dentro il mondo ebraico, arriva una smentita devastante. Una smentita che il potere non può cancellare.

Una smentita che buca la propaganda più di mille conferenze stampa.

Perché ci sono ebrei che dicono: non in nostro nome. Non in nome della Torah. Non in nome di Dio. Non in nome della memoria. Non in nome dell’ebraismo.

E questa è una verità che pesa come una sentenza. Perché dimostra che il problema non è l’identità ebraica. Il problema è il sionismo di Stato.

Il problema è la trasformazione della fede in nazionalismo armato. Il problema è l’uso della sofferenza storica come copertura per il colonialismo, l’apartheid e la distruzione del popolo palestinese.

Per questo gli ebrei ultraortodossi che rifiutano Israele sono così importanti.

Non perché siano tutti “progressisti”. Non perché siano tutti dalla parte della liberazione palestinese nel senso più pieno del termine.

Ma perché con la loro sola esistenza distruggono la menzogna fondamentale.

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