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Quali sono i fanatici?
di Rossella Ahmad
Vogliamo togliere l'embargo sulla vendita di petrolio iraniano, dice il Gatto, preoccupato delle ricadute economiche della guerra, che graveranno sempre più sulle imprese e su una società da tempo alla canna del gas.
Impossibile, risponde l'Iran. Lo abbiamo terminato.
Li stanno trollando, immagino. E come potrebbe essere diversamente. Quale altro atteggiamento può essere possibile per degli strateghi che da millenni tessono i fili della storia e che, per gli strani spostamenti dell'asse terrestre che talora si verificano, si trovino a dover interagire con degli assassini e basta, dei villains e basta, dei conigli e basta.
Il problema è che alle spalle del Gatto c'è la Volpe, che del prezzo del petrolio se ne fotte altissimamente. Anzi, ben venga tutto ciò che possa accelerare il tracollo economico dell'Europa, già innescato da anni e quasi completato con la guerra in Ucraina. Serve solo il colpo finale mentre è al tappeto.
Piccola parentesi: se la vendetta è un piatto che va servito freddo, la Germania inizi a pregare, qualora ne sia capace. Perché la vendetta di costoro è appena iniziata e sarà implacabile, a meno che l'Iran non ci metta una pezza come promesso.
Non lo meritiamo assolutamente, ma la nostra salvezza sarà determinata dalla fine dell'impero. A quali costi non sappiamo. Possiamo intuire, ed il solo pensiero ghiaccia il sangue nelle vene.
Gli obiettivi della Volpe invece sono esoterici. Sostenuta da milioni di invasati cristiano- sionisti, che parlano di Armageddon e di Gog e Magog con la stessa disinvoltura con cui noi parliamo di meteo, ha in realtà con essi un palese conflitto d'interesse. I messia di cui entrambi propiziano la venuta a mezzo di azioni criminali sono in realtà antagonisti. Ognuno di essi farà piazza pulita dei seguaci dell'altro, ma l'importante è che giunga. Nel frattempo si sostengono a vicenda in base al principio secondo cui il nemico del nemico è mio amico.
Qualcuno si è spinto a dire che in realtà i Messia sarebbero tre, incluso quello atteso dall'escatologia islamica, il Mahdi, accomunando per qualunquismo l'Iran a questa accolita di matti. Vero, ma gli iraniani, a differenza degli altri due guitti, sono abbastanza intelligenti da capire che il Mahdi quando viene, viene. Distruggere il pianeta per anticiparne la parusia è un modo come un altro per prendersi in giro da soli. E difatti l'Iran subisce questa guerra, che non ha minimamente provocato.
Il vero fanatismo fondamentalista è sempre stato una questione occidentale, sappiatelo, compreso quello che brama di spogliare i corpi delle musulmane, per meglio possederli.
Come definire ad esempio l'assassinio dei negoziatori nel mezzo di un negoziato di fronte alla prospettiva, mai così tanto a portata di mano, di distruggere al-Aqsa ed inaugurare l'era messianica?
Centosessanta anni di storia (invano) trascorsi e nulla è cambiato per questi bari di professione, dal grande tradimento di Fort Laramie ad oggi. In aggiunta, pensate alla quantità davvero straordinaria di mistificazione della realtà di cui abbia dovuto usufruire una plutocrazia - nata da un genocidio, prosperata sul lavoro schiavista e fondata sulla segregazione razziale fino a pochi anni fa - per proporsi come epitome e campione di democrazia.
Pensateci, poi moltiplicate per cento ed otterrete Israele.
Proseguiremo la guerra fino a che i gemelli nel crimine non capiscano che attaccare l'Iran non è un'opzione, né oggi né mai, dice il professore Marandi, portavoce del governo iraniano.
Epic Fury si trasformerà in Epic Fear, gli fa eco il Comando militare del paese, aggiungendo che in effetti le guerre si vincono sul campo, più che sui social media.
Trollaggio a pieno regime, come è logico quando un Araghchi si trovi al cospetto dei Tajani di cui è pieno il mondo.
All'Iran recrimino solo di non essersi dotato per tempo dell'arma nucleare, unica assicurazione sulla vita che i gangster comprendano.
Forse bisognava pensare meno ai principii e più a salvaguardare la vita di gente di valore, di uomini capaci di sedersi ad un tavolo negoziale e proporre e comprendere istanze, che è poi il senso della politica.
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