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Maternità durante il genocidio
di Emma Buonvino
C’è una forza che nessuna bomba riesce a seppellire.
Una forza che resiste sotto le macerie, tra il fumo, tra le urla, tra i nomi che diventano numeri.
È la maternità.
Non quella idealizzata, dolce e protetta.
Ma quella nuda, ferita, disperata.
Quella che stringe un figlio mentre il mondo crolla, sapendo di non poterlo salvare davvero.
Madri che scavano con le mani
tra la polvere e il cemento,
non per cercare oggetti,
ma respiri.
Madri che dividono l’ultimo pezzo di pane
in parti impossibili,
scegliendo ogni volta
chi deve vivere ancora un giorno.
Madri che mentono.
Sì, mentono ai loro figli.
“Va tutto bene.”
“Passerà.”
“Dormi.”
Parole che non credono più,
ma che continuano a dire
per costruire un ultimo rifugio:
l’illusione.
Nel genocidio, la maternità diventa resistenza pura.
Non ha armi, non ha scudi, non ha via di fuga.
Ha solo il corpo.
E lo offre come barriera,
come casa,
come ultimo confine tra la vita e l’annientamento.
Ci sono madri che partoriscono sotto le bombe.
Che lavano i neonati con acqua sporca.
Che li avvolgono in stracci,
chiedendo al cielo — o a ciò che ne resta —
solo una cosa:
“Non portarmelo via subito.”
E quando il mondo fallisce,
quando la comunità internazionale guarda altrove,
quando la parola “umanità” si svuota,
sono loro a riempirla ancora.
Con le mani sporche di sangue.
Con gli occhi che non hanno più lacrime.
Con una dignità che nessun esercito potrà mai conquistare.
La maternità, durante un genocidio,
non è solo amore.
È sfida.
È testimonianza.
È accusa.
È la prova vivente
che anche nel punto più basso dell’orrore umano,
esiste ancora qualcuno
che sceglie di proteggere la vita
anche quando tutto è progettato per distruggerla.
E questo, forse,
è ciò che fa più paura al potere.
Perché una madre che continua ad amare
nel mezzo dello sterminio
è qualcosa che nessuna violenza
riuscirà mai davvero a sconfiggere.
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