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20 marzo 2026
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Paradossi in ottemperanza al decreto Delrio
di Stefano Masson

Il Decreto Delrio passato al Senato potrebbe spontaneamente condurre a esiti paradossali. Ne sottolineo tre.

1. Non è detto esplicitamente nel decreto, ma ne costituisce il nocciolo "filosofico" e sociologico implicito: l'ebreo non è una categoria tra tante che sono passibili di diventare oggetto di pregiudizio e discriminazione, è una categoria speciale, cui non bastano le leggi contro il razzismo in vigore, ma abbisogna di una legislazione a sé stante e particolare.

Cioè, trasforma la molto specifica genesi storica dell'antisemitismo e il suo essere stato (parzialmente: gli mancano molte figure ideologiche forti del suprematismo colonialista, su tutte "i popoli bambini") paradigmatico nella costruzione del razzismo moderno, in eccezionalità sociologica del presente. Anche contro ogni evidenza, appunto, sociologica e di cronaca.

Tuttavia, proprio perché il decreto implicitamente ribadisce l'eccezionalità dell'ebreo, una prosa razzista che sottolineasse sistematicamente l'ebraicità di Tizio o Caio (il banchiere ebreo, il giornalista ebreo, il deputato ebreo eccetera) agirebbe nei confini legali del decreto: perché tacere di Tizio e Caio la loro ribadita eccezionalità?

Di più, perché attardarsi in ciò che li accomuna agli ordinari cittadini e non invece qualificarli per la loro particolarità? E dunque, "ellitticamente", l'ebreo Gad Lerner e l'ebrea Segre.

Una prosa del genere, già oggi comodamente difendibile in tribunale, mi pare riceva dal decreto ulteriore legittimità.

2. Il decreto infrange il sottilissimo diaframma che separa Israele dalle comunità ebraiche italiane, anzi, pure quello, assai più spesso, che lo separa dall'ebraismo tout court. Ciò produce esiti paradossali.

Astenendosi da giudizi valutativi di tipo morale o politico, sarà possibile scrivere, in implicita ottemperanza al decreto, frasi come "l'aviazione dello stato degli ebrei rade al suolo Xyz".

Di più, per chi volesse avventurosamente cimentarsi sul crinale degli storici pregiudizi antisemiti, frasi come "le spie ebree assassinano il tale" oppure "il bombardamento degli impianti petroliferi da parte dell'esercito degli ebrei provoca l'avvelenamento della popolazione di XXX", lungi dal ricevere dal decreto una proibizione, trovano al contrario qualche legale pezza d'appoggio in più, da usare opportunamente in tribunale, purché ci si tenga nel recinto della cronaca obiettiva e a-valutativa.

3. Il decreto condanna l'accostamento tra Israele e il nazismo, nel senso di una loro equiparazione. Ma nulla dice riguardo a ragionamenti che ne marchino la differenza.

Risulterebbe dunque scrivibile una frase siffatta: "a differenza dei nazisti che qualificavano i partigiani armati come 'banditi", nello stato degli ebrei spesso si definiscono 'terroristi' individui che organizzano sassaiole contro mezzi dell'esercito".

Forse, più acrobaticamente, sarebbe scrivibile senza incorrere nelle maglie della magistratura anche una cosetta così: "a differenza del Terzo Reich, il cui sogno espansionistico era centrato sul continente europeo, quello di certe correnti presenti nello stato degli ebrei si allarga a cavallo di due continenti, dal Nilo all'Eufrate".

Insomma, con buoni avvocati, l'accorto antisemita ha ancora notevole spazio d'espressione.

L'antisionista è al contrario costretto a parecchie contorsioni.

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