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18 marzo 2026
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Dispacci iraniani 2
di Paolo Mossetti

Non riesco a commentare bene la scelta di Zelensky di schierarsi apertamente con Trump nella guerra colonialista in Iran e abbracciare politicamente Netanyahu e addirittura l'aspirante al trono Palhavi, il quale non sembra un fulmine di guerra e fuori dalle bolle social e della diaspora in Occidente non sembra avere moltissime chance.

Voglio capire la logica da Guerra fredda, l'influenza culturale della destra nazionalista ucraina (che aspira a diventare una piccola Israele), la vendetta per i droni iraniani forniti alla Russia e soprattutto gli "obblighi" ai quali è sottoposto dall'alleanza atlantica, ma non capisco quali benefici concreti pensa di trarne, considerato il disinteresse pressoché totale di Netanyahu a rompere il legame di Israele con la Russia.

Forse Z. spera di legarsi a gruppi di pressione influenti a Washington e a Bruxelles, che possano spingere per nuovi rifornimenti, ma perderà consenso altrove nei Paesi non allineati e nel ceto progressista anti-trumpiano, che al momento, sondaggi alla mano, è il più grande deposito di simpatie per la causa ucraina, Italia inclusa (dato che la destra sovranista lo odia e i centristi atlantisti rigidi sono molti meno). Insomma, vorrei essere illuminato.

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Dopo aver sostenuto più o meno esplicitamente l'attacco israelo-americano, la liberal-nazionalista Kaja Kallas, tecnicamente il capo della diplomazia Ue, in un'intervista fa marcia indietro e chiede una cauta ripresa della diplomazia senza fretta, sia chiaro). Tira una brutta aria nelle stanze del potere europeo e abbiamo la leadership più miserabile possibile ad affrontarla.

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Buttarla sul complottismo antisemita è il modo più scontato, disonesto e pigro per liquidare il caso Joe Kent, capo dell'antiterrorismo Usa che se n'è andato in dissenso sull'Iran. Sì, lui è un razzista di destra e forse esagera quando dice c'è Israele dietro la guerra in Iraq, ma perché la destra se ne lamenta solo ora? Abbiamo il più alto funzionario a dimettersi su questioni belliche dai tempi del Vietnam. Abbiamo un segno tangibile delle fratture su Israele all'interno del movimento MAGA. C'è una storia, insomma. C'è anche un'opportunità per seminare discordia.

Scrive Matt Duss, ex consulente in politica estera di Bernie Sanders, non proprio un ex brigatista insomma: «La responsabilità principale della guerra con l'Iran ricade su Trump, ma è indiscutibile che anche la lobby israeliana abbia una grande responsabilità, sia per aver appoggiato la guerra sia per aver punito per anni chiunque sostenesse alternative diplomatiche».

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Sondaggio NBC News: il 67% dei Democratici simpatizza di più per i palestinesi che per gli israeliani. È un record storico e sorprendente: solo tredici anni fa, nel 2013, appena il 18% dei Democratici dichiarava di simpatizzare per i palestinesi.

Questo spostamento non riguarda solo i Dem: il 37% degli indipendenti dichiara di simpatizzare per i palestinesi, contro il 27% che si schiera con gli israeliani. Nel 2013 i dati erano quasi invertiti: il 37% degli indipendenti simpatizzava per Israele, mentre solo il 10% per i palestinesi. Il consenso per Israele è sempre più concentrato nella parte anziana dell'elettorato repubblicano.

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Essere associati all'AIPAC sta diventando così tossico per i candidati democratici da costringere il gruppo di pressione a mimetizzarsi creando organizzazioni-civetta per influenzare le primarie, con nomi che traggono in inganno gli elettori (“Elect Chicago Women” e “Affordable Chicago Now”), riporta il New York Times.

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Il sito web del Governo italiano, utilizzando un bigino fornito dal Cdec, definisce la “Grande Sostituzione” un mito di origine neonazista con componenti antisemite. Almeno fino al 2016, Giorgia Meloni utilizzava esplicitamente il concetto di “sostituzione etnica” (collegandolo ai flussi migratori e alla crisi economica italiana). È la fotografia dell'alleanza strumentale tra destra di governo e alcune leadership religiose sempre più radicalizzate.

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