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17 marzo 2026
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Alì Larjani in vita e in morte
di Rossella Ahmad

A differenza del pedo-satanista che siede alla Casa Bianca, Alì Larjani è un uomo di cultura. Ne parlo al presente, perché certi Uomini non muoiono mai.

Studioso di filosofia e del metodo matematico ad essa applicato, ha pubblicato testi su Kant, Saul Kripke e David Lewis, concentrando i suoi studi sull'anello di congiunzione tra la filosofia europea moderna e la tradizione metafisica e razionale persiana.

Se dovesse essere confermata la sua uccisione, sarà soltanto un altro esercizio di pirateria internazionale da parte di chi crede di poter vincere le idee stroncando gli uomini.

L'Iran sarà la peggiore disfatta nella breve e sanguinosa epopea coloniale degli Stati Uniti d'America.

Questi predoni senza storia hanno fatto un salto nel buio, e ne resteranno schiantati.

Il povero pazzo arancione lo sa. Dopo aver incassato un sonoro "no" da parte di tutte le cancellerie europee invitate a partecipare alla "messa in sicurezza dello stretto di Hormuz" aka morire per un pugno di psicopatici, balbetta frasi senza senso in una cornice di totale follia strategica, che è appunto l'assoluta mancanza di strategia in una aggressione immotivata , per fronteggiare la quale l'Iran si prepara da decenni.

Il "regime change" e la "sollevazione popolare" su cui scioccamente puntavano questi buffoni non ci sono stati ed è quindi miseramente crollata l'unica impalcatura strategica che avessero predisposto, da dilettanti allo sbaraglio quali sono.

Questo è il momento decisivo nella loro storia millenaria e l'Iran ed il suo popolo sono pronti.

Hanno una strategia, e cuore sufficiente per perseguirla ad oltranza. Perché in guerra, come nella vita, serve il cervello più che la forza bruta. Parte della strategia bellica iraniana si gioca sull'economia.

Il passaggio attraverso lo stretto di Hormuz, fanno sapere i vertici iraniani, sarà riservato alle sole petroliere che accetteranno che i pagamenti vengano effettuati in yuan - transito comunque limitato alle navi non occidentali. Una astuta mossa strategica che riporta al centro dello scenario globale il tema della "dedollarizzazione" dell'economia, a favore di un sistema multipolare.

Per inciso: il tentativo di Gheddafi di scardinare il sistema petrodollaro a favore di una valuta panafricana basata sul "dinaro oro", una moneta cioè sostenuta dal valore reale delle enormi riserve auree e valutarie possedute dalla Libia, causò la barbarica aggressione europea al paese africano, ridotto da potenza emergente a landa desolata nel giro di un anno, con l'assassinio in diretta del suo presidente a suggellare quale fosse il destino di chi si opponeva allo strapotere del dollaro.

Anche un quel caso, ricordo, le parole d'ordine per giustificare l'assalto piratesco ad un paese sovrano furono "diritti" e "democrazia".

Ma l'Iran non è la Libia. Da nessun punto di vista. L'impero americano finirà a Teheran o, comunque vada, finirà la sua egemonia in Medioriente. Anche in questo caso la strategia iraniana è stata vincente perché ha messo a nudo la debolezza strutturale del legame tra petromonarchie e stati Uniti, già vissuto male delle popolazioni mediorientali che subiscono la presenza coloniale americana come una spina nel fianco, oggi dimostratosi inutile ed inefficace in uno scenario di guerra globale. Lo smantellamento delle basi americane in Medioriente è uno dei prerequisiti che l'Iran ha posto per il cessate il fuoco richiesto dagli stati uniti. Una figura di sterco universale, che segna la fine politica del pagliaccio arancione.

La Shia si è fatta carico del compito di salvare il mondo da questa banda di psicopatici - la classe di Epstein - e non si fermerà prima di averlo fatto. Si è innescato un processo irreversibile che non sarà indolore. Si chiama decolonizzazione per il sud globale. E libertà per il resto del pianeta.

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