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16 marzo 2026
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Il furto della cultura
di Emma Buonvino

Quando anche il cibo diventa territorio occupato

Quando pensiamo all’occupazione pensiamo alla terra, alle case demolite, ai check-point, ai muri.

Ma esiste anche un’altra forma di colonizzazione, più silenziosa e spesso ignorata: la colonizzazione culturale.

Da decenni lo Stato di Israele promuove nel mondo come “cucina israeliana” piatti che appartengono alla tradizione culinaria del popolo di Palestina e del Levante.

Non si tratta semplicemente di condivisione gastronomica. Il problema nasce quando una cultura dominante cancella l’origine di quei piatti e li presenta come propri, mentre il popolo che li ha creati viene privato della propria terra, della propria libertà e spesso perfino della possibilità di coltivare gli ingredienti che li compongono.

Tra i casi più noti troviamo:

• Hummus – crema di ceci, tahina e limone presente da secoli nella cucina palestinese, siriana e libanese, oggi spesso venduta nel mondo come “hummus israeliano”.

• Falafel – polpette di ceci o fave fritte, diffuse in tutto il Medio Oriente ma parte integrante della cucina popolare palestinese. In molti ristoranti internazionali vengono presentate come “street food israeliano”.

• Tabbouleh – insalata di prezzemolo, pomodoro e bulgur tipica della regione levantina.

• Shakshouka – uova cotte nel pomodoro speziato, piatto nordafricano arrivato nella regione con le comunità arabe e maghrebine.

• Maqluba – piatto tradizionale palestinese di riso, carne e verdure capovolto nella pentola, simbolo delle cucine familiari della Cisgiordania.

Questo processo viene spesso definito dagli studiosi “appropriazione culturale coloniale”: quando una potenza politica non solo occupa una terra, ma assorbe e re-etichetta la cultura del popolo che vive su quella terra. Non riguarda solo il cibo.

Nel corso degli anni sono stati presentati come “israeliani” anche elementi identitari palestinesi come:

• il ricamo tradizionale Tatreez

• la Keffiyeh

• alcune danze popolari come la Dabke.

Il cibo, in questo contesto, diventa qualcosa di più di una semplice ricetta. È memoria, terra, famiglia, identità.

Quando un popolo viene espulso dai propri villaggi, quando gli ulivi vengono sradicati e le campagne confiscate, e allo stesso tempo le sue ricette vengono vendute nel mondo con un’altra bandiera, accade qualcosa di profondamente ingiusto: non viene rubata solo la terra.

Viene rubata anche la storia. Per questo molti palestinesi ripetono una frase semplice ma potentissima: “Se volete davvero conoscere la Palestina, iniziate dalla sua cucina.

Dentro ogni piatto c’è un villaggio che resiste.”

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