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15 marzo 2026
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Il giornalismo del rancore pecca di fallacia logica
di Raffaele Florio

Nel variopinto mondo dell’informazione italiana esiste una categoria molto particolare di commentatori: quelli che si proclamano paladini della libertà di stampa quando parlano loro e diventano improvvisamente allergici alla critica quando qualcuno osa rispondere. È una forma curiosa di libertà: assoluta per sé, vietata per gli altri.

Motta sembra aver scelto proprio questa strada. Si presenta come militante del proprio pensiero. Legittimo: ciascuno fa il mestiere come crede. Il problema nasce quando la militanza diventa un alibi per sostituire l’analisi con il livore e l’argomento con l’insinuazione.

Negli ultimi tempi Motta ha concentrato il suo tiro polemico contro Nicola Gratteri, magistrato che ha guidato per anni la procura di Catanzaro e numerose inchieste di peso. Criticarlo è perfettamente lecito: in democrazia nessuna figura pubblica è intoccabile. Ma c’è una differenza tra la critica e la crociata permanente, tra l’analisi e il regolamento di conti.

Ed è proprio qui che la polemica di Motta si fa interessante. Perché il giornalismo, quello serio, vive di una regola elementare: la trasparenza del contesto. Quando si scrive di qualcuno con cui si è entrati in collisione pubblica, il minimo sindacale è riconoscere quel contesto e mantenere un equilibrio di giudizio. Altrimenti l’informazione scivola lentamente verso qualcosa di diverso: un pamphlet personale travestito da articolo.

Ma il problema non è solo questo. Il vero tratto distintivo della polemica mottiana è un altro: l’ossessione per i burattinai. Chiunque osi criticarlo non è mai un interlocutore autonomo ma diventa automaticamente un pupo, un portavoce, un emissario di qualcuno.

È un vecchio trucco retorico: se non riesci a demolire l’argomento, prova a delegittimare chi lo pronuncia. Così il dibattito sparisce e resta soltanto il sospetto.

È un metodo comodo, ma anche piuttosto rivelatore. Perché chi vede ventriloqui ovunque spesso lo fa per evitare la fatica più grande del mestiere: rispondere nel merito.

Il giornalismo, in fondo, è una cosa molto semplice. Qualcuno scrive, qualcun altro legge e, se non è d’accordo, replica. Senza drammi, senza romanzi sui mandanti occulti, senza melodrammi da social network.

Quando invece ogni critica diventa un complotto e ogni dissenso un tradimento, significa che gli argomenti si sono esauriti e resta soltanto il rumore. E il rumore, si sa, non è informazione. È solo rumore.


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