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15 marzo 2026
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Cisgiordania: il checkpoint controlla le vite
di Emma Buonvino

✦ Storie vere dai checkpoint della Cisgiordania ✦

1. La donna costretta a partorire al checkpoint (2008)

Nel 2008 una donna palestinese della zona di Nablus, Rula Abu Dahouk, fu fermata al checkpoint di Huwara Checkpoint mentre stava andando in ospedale per partorire.
I soldati israeliani non permisero all’ambulanza di passare immediatamente.
Dopo una lunga attesa, la donna fu costretta a partorire sul posto.
Il neonato morì poco dopo la nascita.
Il caso fu documentato da organizzazioni per i diritti umani e citato in rapporti di B'Tselem e da organismi delle Nazioni Unite.
Secondo varie ricerche, decine di donne palestinesi hanno partorito ai checkpoint negli ultimi decenni.

2. Lo studente bloccato per ore ogni giorno.

Nel 2019 uno studente palestinese dell’università di Birzeit, Mahmoud al-Khatib, raccontò ai ricercatori di Human Rights Watch che per raggiungere l’università doveva attraversare il checkpoint di Qalandia Checkpoint.
La distanza da casa sua all’università era di 15 chilometri.
Ma a causa delle code e dei controlli poteva impiegare fino a tre ore per andare e tre per tornare.
A volte il checkpoint veniva chiuso senza spiegazioni e lo studente perdeva intere giornate di lezione.

3. L’ambulanza fermata mentre il paziente moriva

Nel 2002 un’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese cercò di attraversare il checkpoint vicino a Jenin con a bordo un uomo colpito da un infarto.
I soldati israeliani impedirono il passaggio per lungo tempo. Quando finalmente l’ambulanza fu autorizzata a proseguire, il paziente era già morto.
Il caso fu documentato da Amnesty International nei rapporti sulle restrizioni alla circolazione nei territori occupati.

4. Il contadino che può raggiungere la sua terra solo con un permesso

Dopo la costruzione della barriera di separazione israeliana — dichiarata contraria al diritto internazionale dalla International Court of Justice nel 2004 — molti agricoltori palestinesi si sono ritrovati separati dalle proprie terre.
Uno di loro, Abu Khaled, della zona di Qalqilya, ha raccontato a United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs che può raggiungere i suoi uliveti solo attraverso un cancello militare.
Il cancello viene aperto due o tre volte al giorno per pochi minuti.
Se arriva in ritardo, perde l’accesso alla sua terra per l’intera giornata.

5. Il checkpoint come esperienza quotidiana di umiliazione

Molti palestinesi raccontano che la cosa più difficile non è solo l’attesa.
È l’arbitrarietà.
Un soldato può decidere di:
chiudere il checkpoint senza motivo, trattenere qualcuno per ore,
far passare una persona e respingere quella dietro.

Come ha scritto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem: “Il sistema dei checkpoint non regola semplicemente il traffico. È uno strumento che controlla e domina la vita quotidiana dei palestinesi.”

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