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Iran: non ho nulla da temere
di
Rossella Ahmad
Nonostante guidasse un impero in rapida espansione (Siria, Persia, Egitto), Omar viveva in povertà. Si racconta che dormisse all'ombra di un albero o in una moschea, vestisse abiti rattoppati e rifiutasse qualsiasi privilegio materiale, vivendo allo stesso livello dei suoi sudditi più poveri. E sotto un albero lo trovò la delegazione straniera che volle incontrarlo.
- Ma come? Non sei protetto da mura, palazzi, guardie armate?
- Ho dato giustizia al mio popolo. Non ho nulla da temere.
Ho pensato a queste parole pronunciate 1400 anni fa da Omar il giusto guardando le immagini della folla a Teheran, che celebrava, come da 47 anni a questa parte, la Giornata di Al-Quds, mentre la coalizione di Epstein faceva scempio dell'antichissima arte di un nobile paese.. Mescolati alla folla, cittadini comuni tra cittadini comuni, il presidente Pezeshkian ed il ministro degli esteri Araghchi. I tiranni.
Come, secondo la vulgata imperiale raccolta da islamofobi da strapazzo e femministi coloniali in fissa con i capelli delle iraniane, lo era Khamenei, l'uomo forse più amato in Iran.
Che fosse amato lo sapevo. Un amico di famiglia, studente di lingua persiana in Erasmus a Teheran per diversi mesi, ne aveva narrato cose belle, intuibili dalla pacatezza dell'eloquio forbito e dal grande rispetto ed amore per le donne, colonna portante della società iraniana. Ma onestamente non credevo fosse così tanto amato.
Il sospetto che gli abbiano raccontato frottole credo che cominci a farsi strada anche in menti compresse dall' ideologismo, che è la fase terminale dell' ideologia.
Tralascio per il momento i trumpisti. Il nocciolo duro resta ancora intatto e aggrappato alla parrucca dell'Uomo arancione, anzi gli ha mutato i connotati. Per costoro, Trump sarebbe in realtà la parusia del Cristo, e ciò dà tutto il senso dei tempi e di un disagio mentale oramai palese.
La scena dell'ufficio Ovale, in cui un manipolo di malfattori impone le mani sul capo della coalizione Epstein la dice lunga sulla strada che ha preso il cristianesimo messianico statunitense, passato da guida rapida in step compilata da imprenditori milionari della fede a culto demoniaco di sangue e distruzione, e resterà negli annali della ridicolaggine di un fondamentalismo privo di contenuto, fine a se stesso.
Molti dei suoi seguaci della prima ora, a cui aveva promesso indipendenza, pace e risoluzione dei problemi interni, lo hanno già abbandonato. E, come dicevo in precedenza, la sua parabola politica, di tycoon improvvidamente prestato alla cosa pubblica , credo sia terminata.
Le mie considerazioni finali le riservo come sempre agli islamofobi ed ai femministi coloniali da strapazzo.
Credo che le immagini che giungono oggi dalle piazze iraniane abbiano scosso un bel po' delle certezze che avevano incamerato e blindato nel corso di lunghi anni di preparazione imperiale all'attacco.
La sofferenza delle donne
Le minigonne negate
Il velo ed il ciuffo
Le repressioni
Le frustate.
Mahsa Amini, sulla cui morte accidentale fu posto il primo mattone mediatico della aggressione in armi a cui assistiamo oggi.
I curdih.
Ma dove? Eravate in Iran, non in un emirato oscurantista nascosto tra le montagne pashtun, costruzione classica della manipolazione mediatica made in Israel.
Eravate nel paese in cui il primo vicepresidente donna ha preceduto di quasi trent'anni la vicepresidenza di Kamala Harris.
La reductio ad hitlerum con cui da sempre il potere infanga chi voglia colpire non vi ha allarmato neanche un po'.
Consolatevi con le veline dei sionisti iraniani che sventolano la bandiera di un paese genocida ed acclamano un parassita che vive da nababbo all'estero con i denari trafugati al popolo iraniano.
Sullo sfondo, l'esoterismo del falso messia che giunge da Isfahan e la costruzione del "terzo" bet hamikdash sulle rovine di al-Aqsa, reso possibile dalla connivenza di tanti.
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