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11 marzo 2026
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Dispacci iraniani
di Paolo Mossetti

Mentre la moglie del sindaco di New York è vittima di una shitstorm "à la Puglisi" per aver messo like a delle storie su IG che nelle prime ore del 7/10 descrivevano Israele come «apartheid», lui, Mamdami, non solo non chiede scusa o si dissocia con le ceneri in testa, ma invita a cena il perseguitato politico Mahmoud Khalil, che l'Ice voleva deportare. E pubblica la foto sui social.

Scena impensabile anche solo due anni fa, persino per un ecosistema politico tradizionalmente progressista come NY. Anche ai tempi del socialista alla ricotta Bill De Blasio. Altro segno di vecchi conformismi che si stanno sgretolando.

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Il Teatro Parenti di Milano ospiterà il comizio di chiusura per il Sì al referendum, con vari mammasantissima della maggioranza e la premier Meloni. «Il problema è questa polarizzazione devastante... Questo teatro è da sempre un luogo di libertà e di dibattito», ha detto la direttrice, Andrée Ruth Shammah, che il ministro Giuli vorrebbe a dirigere la Triennale.

«L'unico (anche se pagasse molto!) al quale farei dire di no dai miei collaboratori sarebbe [Giuseppe] Conte perché credo che semini odio in tutte le direzioni».

Sorprendersi oggi significa aver ignorato in questi anni la traiettoria politica dello spazio artistico milanese. A proposito di «odio», due anni fa Shammah ospitava un incredibile evento di propaganda per capire la «verità» sul conflitto israelo-palestinese, con personaggi equilibratissimi come l'ex portavoce online di Netanyahu e il direttore della lobby filogovernativa Un Watch.

Un anno più tardi c'è stato l'evento «per Gaza» del Terzo Polo, con ospiti un filoisraeliano radicale come Marco Carrai, un ex ostaggio di Hamas, un deputato di +Europa secondo cui Israele «è come l'Ucraina», un giornalista secondo cui «dal fiume al mare» è uno slogan di Hamas, il senatore Delrio che ha firmato un ddl per regolamentare le critiche a Israele che definire illiberale è un eufemismo, e si potrebbe continuare a lungo.

Il Teatro Parenti è un caso di radicalizzazione molto discusso dietro le quinte, ma mai in pubblico, da studiare come paradigmatico di una deriva occidentalista, e non solo per questo palco offerto alla destra al governo.

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Goffredo Buccini, una delle firme del Corriere più caparbiamente schierate con Israele da sempre, la settimana scoesa aveva scritto: «Premettendo che la caduta di quel criminale di #KhameneiTerrorist andrebbe festeggiata, questo attacco si chiama #Epstein».

L'Anti-Defamation League, sempre più inscindibile dal governo Netanyahu come mi racconta l'amico David Calef, qualche giorno fa ha dichiarato che stabilire una connessione tra la guerra e lo scandalo, anche solo ironica ("Operation Epstein Fury") è un esempio di complottismo antisemita.

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Il governo Meloni è senza spina dorsale, ma si sta allineando a un'Europa che, pur senza avere gli strumenti mentali e la visione per opporsi all'egemone oltreoceano, sta lentamente cambiando tono sulla guerra. Si è passati dall'entusiasmo alla prudenza diplomatica e poi dal silenzio a quella che in molti casi è critica esplicita.

Nel minuscolo scenario italiano, lo stesso Crosetto che definisce la guerra illegale non cambia nulla nel Golfo, ma contribuisce a gettare discredito sull'intera operazione, rendendo la vita più difficile anche alle correnti centriste del campo largo che cercano "un governo di tutti" in politica estera.

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Come hanno raccontato i cronisti che c'erano, l'8 marzo delle monarchiche e monarchici iraniani hanno cercato una provocazione a uso mediatico, cercando di imporre, in un corteo pacifista, le bandiere dello Shah, quelle israeliane e slogan pro-Trump. Un copione identitario e dispettoso che si ripete in forme diverse da anni, ad esempio il 25 aprile. C'è alla base l'equivoco che le manifestazioni siano di chiunque, e non invece di chi si fa il mazzo per organizzarle.

Intanto così viene descritto su Micromega il movimento pro-Palhavi in Europa da Mina Ahadi, una dissidente ex musulmana pentita, non certo tenera con gli islamisti:

«I suoi sostenitori da anni attaccano tutte le personalità più importanti e amate dell’opposizione iraniana, creando un clima estremamente misogino, volgare e intimidatorio. Yasmine Pahlavi, sua moglie, su Instagram diffonde slogan come “Morte alla sinistra e all’opposizione”. Una parte della sua base, che collabora persino con segmenti dei mercenari del regime islamico e con i pasdaran, porta avanti una violenta campagna diffamatoria contro chiunque altro... [I]n tutti questi anni non mi sono mai imbattuta in un’attività o in un’organizzazione che si occupi di diritti PPP umani in cui abbia avuto un ruolo una persona chiamata Reza Pahlavi».

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Forse dovremmo ammettere, con rispetto e soprattutto con affetto, che l’idea che gli emigrati e le comunità della diaspora abbiano uno sguardo più autentico o legittimo sui problemi del Paese d’origine è una fantasia consolatoria.

Nella realtà, le diaspore hanno spesso caratteristiche di classe e culturali che tendono a irrigidire i conflitti, a radicalizzarli da lontano, a trasformarli in identità ideologiche impermeabili. Vale per i venezuelani e gli ucraini, gli israeliani e i palestinesi, gli esuli cubani o gli iraniani: più che mediare o produrre saggezza collettiva, spesso creano mitologie semplificate che esasperano i conflitti.

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