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Quelli che guardano il dito
di
Rossella Ahmad
Vi è un rischio connesso all'avere amicizie infantili e/o ideologizzate, ed è quello di essere costretti costantemente a leggere cose e quindi a doverle confutare, correggerne la disinformazione, reiterare l'ovvio.
Non è possibile leggere senza fare un plissé del gongolamento delle femministe coloniali di fronte al classico fattoide, una non notizia quindi, a proposito di cinque membri della nazionale femminile di calcio iraniana che avrebbero chiesto e ottenuto il permesso di soggiorno nel paese che ne ospitava il campionato mondiale, e cioè l'Australia.
Intanto una considerazione: in Iran evidentemente vi sono squadre di calcio femminili che partecipano a competizioni internazionali. Questo affinché sia chiaro che è utile talvolta guardare anche la luna e non solo il dito. E vi sono squadre femminili di pallamano le cui componenti, a differenza delle loro colleghe calciatrici, non hanno avuto timore reverenziale nel cantare le parole del loro inno nazionale in competizioni di alto livello.
È accaduto dunque che le calciatrici non abbiano intonato l'inno nella prima partita della Coppa d'Asia disputata a Melbourne. Nelle seconda e terza sì, ma non nella prima. Ci sta. Provate ad essere cittadine di uno stato che l'occidente - di cui siete ospiti - odia da tempo immemorabile ed è sul punto di attaccare. Provate ad immaginare la sensazione spiacevole di essere circondate da aggressivi membri della diaspora sion/iraniana, che accolgono a pugni e calci il bus della vostra delegazione.
Prevalgono il timore e la timidezza su qualsiasi altra emozione. E quindi la paura di esporsi più di tanto.
Accade però che la faccenda dell'inno non sia piaciuta ad alcuni commentatori sportivi iraniani, esasperati dall'illegale guerra improvvisamente scatenata contro il loro paese. Le parole pronunciate sono forti. Rimbalzano in Australia.
Le ragazze, anzi cinque di esse, temono il rientro in patria. E ci credo, visto che nel frattempo la guerra incalza, con migliaia di morti e feriti innocenti. E sembra che in tutta la faccenda vi sia anche lo zampino di Trump, come riportato da al-jazeera.
Tutto è bene però quel che finisce bene. Interviene il governo nella persona di Ismail Baqaei, che seda gli animi e sul suo profilo X pubblica un'immagine della squadra ed un invito: tornate. L'Iran vi aspetta a braccia aperte.
Vedremo cosa accadrà e se il piccolo gruppo di ragazze emotivamente abusate riuscirà a comprendere il gioco torbido nel quale è finito.
Pensate che c'è gente in occidente che non si chiede perché non sia mai accaduto nulla del genere in precedenza e applaude a questa cosa oscena pur di dimostrare che aveva ragione, mentre la sua narrativa vetero-femminista cola a picco.
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