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Notizie da Dubai
di
Massimo Ragnedda *
(8 marzo, 2 pm, Dubai time)
Ci sono momenti in cui la geopolitica fa irruzione nella vita quotidiana. E poi ci sono momenti come questo, in cui Sharjah ti guarda negli occhi e ti ricorda che la vita, ostinatamente, continua.
Le giornate scorrono così. Più lente del solito. Con quella sospensione che la storia impone quando decide di tornare improvvisamente sulla scena. Tra incredulità e resilienza, tra una nuova normalità che si prova a costruire e una vigile attesa che nessuno nomina davvero, ma che tutti percepiscono.
Sarebbe falso dire che va tutto bene. Ma sarebbe altrettanto falso parlare di panico, isteria, resa. Al contrario. Se qualcosa colpisce, è la forza quasi ostinata della normalità. La volontà di continuare. La determinazione silenziosa delle città abituate a vivere all’incrocio delle grandi rotte della storia.
Parlo del mio quartiere. Non di tutta Dubai. Non so come sia la vita quotidiana in questi giorni, nelle cartoline di Marina o di Jumeirah, con le loro luci e i loro eccessi. Qui la città ha un ritmo diverso.
La vita procede, quasi normale.
Si corre lungo il creek. Si cammina al tramonto. I bambini (tra le tante cose inesatte che leggo di Dubai, non viene mai menzionato che questo è, paradossalmente, un paradiso per bambini, un grande parco giochi, dove corrono e giocano liberi, senza timore o paura). Ecco, là fuori loro giocano ignari del linguaggio degli analisti, delle mappe strategiche, delle escalation. Nel frattempo, dentro casa, Shoba e Sharjah, i nostri gatti, osservano il mondo con quella calma enigmatica che solo gli animali possiedono. Scrutano l’orizzonte come se nulla fosse cambiato. O forse come se tutto fosse già chiaro, ma impercettibile agli occhi umani.
Ieri abbiamo fatto l’iftar all’aperto.
Chi non vive qui potrebbe pensare a una semplice cena. In realtà è molto di più. Durante il Ramadan, l’iftar è un gesto sociale profondo: condivisione, comunità, fratellanza. Un rito quotidiano che sospende il tempo e ricorda che la convivenza umana si costruisce prima di tutto attorno a una tavola. In momenti come questi, quel gesto assume un significato ancora più forte. Il ristorante che abbiamo scelto era pieno.
Preoccupazione, sì. Paura, no.
Preoccupazione, sì. Isteria, no.
E la preoccupazione non riguarda soltanto il Golfo.
Riguarda un sistema internazionale che sembra aver smarrito i meccanismi di contenimento che avevano retto, pur tra mille contraddizioni, per decenni. La storia offre molti paralleli: i Balcani nel 1914, le crisi regionali della Guerra Fredda, i conflitti periferici diventati improvvisamente centrali. Oggi assistiamo a una guerra scatenata da Israele che ha trascinato gli Stati Uniti dentro una spirale di escalation. Un conflitto che non ha una semplice via d’uscita e che promette distruzione e instabilità ben oltre il teatro immediato delle operazioni.
Il costo arriverà ovunque.
Prima di tutto umano, come sempre accade nelle guerre. Poi economico, ambientale, sociale. Le onde lunghe dei conflitti raramente restano confinate nel luogo in cui iniziano. La storia ce lo insegna con brutale regolarità.
Eppure, nonostante tutto, la vita continua.
Con un passo leggermente più incerto, forse. Più lento. Più consapevole.
Ogni tanto arriva (non spesso a dire il vero) l’allarme antimissilistico sul telefono. In lontananza qualche boato di intercettazione. Il rumore secco degli aerei militari che scortano quelli civili. Scene che, se raccontate poche settimane fa, sarebbero sembrate distopiche.
E invece fanno ora parte del paesaggio sonoro.
Eppure non vedo panico. Non vedo isteria.
C’è piuttosto quella forma di lucidità che le società sviluppano quando capiscono di vivere dentro un passaggio storico. Tutto può cambiare rapidamente, e quello che scrivo ora potrebbe non essere più vero tra due ore.
Ma adesso, grazie al cielo, la situazione è calma.
Nonostante i droni.
Nonostante la guerra.
Nonostante la persistente follia dell’essere umano.
Dentro casa, intanto, Shoba e Sharjah ci guardano un momento, poi tornano alle loro faccende di gatti.
Ignari.
O forse semplicemente saggi abbastanza da continuare ad andare avanti.
Come noi.
Fuori, il mondo discute di guerra.
Dentro, Sharjah mi guarda negli occhi.
E mi ricorda che la normalità è la forma più silenziosa di resistenza.
* Professore/lettore di studi sui media e sulla comunicazione presso la Sharjah University (Emirati Arabi Uniti) e la Northumbria University di Newcastle (Regno Unito).
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