 |
Articolo 3
di
Roberto Neri
“Senza distinzione di sesso” recita l’articolo 3 della Costituzione italiana specificando la pari dignità delle cittadine e dei cittadini; colei che farà inserire quell’inciso nel testo della nostra legge fondamentale è una maestra elementare. Cent’anni orsono, nel marzo 1926, quella fiera insegnante viene licenziata dal ministro dell’Istruzione perché era assente al giuramento pubblico di fedeltà al regime fascista.
La maestra spiegherà la sua assenza dichiarando che la cerimonia, tenuta nel suo caso in Comune a Padova, ed alla quale devono piegarsi tutti i dipendenti dello Stato, cozza con “la nobiltà del mio ideale”. Anche a quella oppositrice di un secolo fa si deve l’introduzione in Italia della festa dell’8 marzo. E pure molto di più.
Lina Merlin (all’anagrafe Angelina) nasceva nel 1887 a Pozzonovo, nella provincia padovana, figlia di un funzionario pubblico. Per completare la laurea in francese trascorreva un periodo a Grenoble, scegliendo una volta rimpatriata l’insegnamento elementare -come la madre- anziché un posto di professoressa di lingua alle superiori.
L’entrata del regno d’Italia nella prima guerra mondiale spingeva Lina, definita dal padre “la mia pacefondaia” per l’antimilitarismo che le ispirava il suo forte senso di giustizia, ad avvicinarsi al partito socialista dove militavano i più decisi a mantenere la neutralità nel conflitto. Dopo aver avuto due fratelli uccisi al fronte, Lina nel 1919 si iscriveva al partito.
Due figli ammazzati in guerra li aveva avuti anche Dante Gallani, un medico nativo del Polesine conosciuto da Lina collaborando a due periodici padovani socialisti: “l’Eco dei lavoratori” e soprattutto “la Difesa delle donne”. Di fatto separato dalla moglie gravemente inferma, Gallani diverrà il suo compagno di lotta e di vita.
Nel frattempo la maestra Merlin faceva ricerche per l’onorevole Matteotti, che il 30 maggio 1924, nel suo ultimo discorso alla Camera, elencava quella serie impressionante di crimini, commessi dal regime e raccolti da Lina, che gli costeranno la vita. Quando ciò accadeva, la sede del giornale socialista citato poc’anzi, e che si occupava di donne, era già stato distrutto dalle camicie nere padovane.
Nemmeno due anni più tardi veniva adottato il giuramento obbligatorio di cui abbiamo detto, e Lina si ritrova di colpo estromessa dall’insegnamento. Mussolini nel 1926 vara le “leggi fascistissime” per eliminare ogni residua opposizione, la quale viene a questo punto vietata per legge.
Di conseguenza a Padova una mattina di fine novembre Lina Merlin, Dante Gallani e altri dieci antifascisti della città del Santo, incarcerati alcuni giorni prima, con le manette ai polsi e le catene arrugginite ad unire i prigionieri tra loro, vengono fatti uscire dal carcere davanti ad una folla ostile di sostenitori del regime che li ricoprono di insulti e sputi. La triste compagnia è così deportata a bordo di vagoni bestiame e poi sui cassoni dei camion al luoghi di confino.
Prima di raggiungere quei villaggi sperduti e di venire separato, al gruppo infliggono pure tre giorni di viaggio in condizioni disumane, figuriamoci per una donna. Lina e Dante resteranno sei anni al “confino di polizia”. Era una misura adottata senza processo, un arbitrio della polizia, un sopruso descritto dal regime come “blando”; qualcuno in anni recenti oserà definirlo “villeggiatura”.
Costretta a sopravvivere reclusa in località remote del Mezzogiorno e della Sardegna, l’insegnante padovana sarà più volte trasferita perché si attira la solidarietà delle paesane che lei è speciale nel coinvolgerle con brevi corsi di istruzione primaria.
Al ritorno Lina e Dante, rimasto vedovo, si sposeranno. Oltre ai figli del marito che le vogliono bene, Lina con sé ha la figlia di una coppia di cugini defunti, che adotterà. Dante morirà prestissimo, nel 1937, e Lina proseguirà da sola in clandestinità l’attività politica.
Dopo aver militato nella Resistenza farà parte della pattuglia di esperte donne chiamate a dare una mano per stendere la Costituzione, poi nel 1948 verrà eletta al Senato dove oltre a lei siederanno soltanto due altre donne. E qui, dove si occuperà in prevalenza di condizione femminile e diritto di famiglia, comincerà la sua battaglia più celebre per una legge che porta ancora il suo cognome.
L’esempio veniva dalla Francia dove l’abolizione delle “case di tolleranza” era appena stata approvata. Lina Merlin però da anni aveva intuito che anche la prostituzione praticata nei bordelli italiani era mero sfruttamento economico del corpo della donna.
L’iter della legge durerà due legislature, segno che la contrarietà a cancellare i lupanari era trasversale fra i parlamentari e nel Paese.
“Lettere dalle case chiuse”, il libro scritto da Lina in collaborazione con la giornalista Carla Voltolina, moglie del futuro presidente della repubblica Sandro Pertini, e pubblicato nel 1955, raccoglierà i messaggi inviati alla senatrice dalle donne occupate nei bordelli, e squarcerà un velo sullo squallore delle “case autorizzate”, sull’arretratezza culturale e sul falso moralismo dell’assioma dio-patria-famiglia che dal regime fascista permeava ancora la facciata della società italiana.
In proposito, le infuocate sedute parlamentari sulla proposta di legge di Lina, costellate di retrive illazioni dei suoi colleghi maschi contrari ad approvarla, verranno vietate al pubblico poiché ritenute motivo di turbamento e “pruderie” eccessive. Ma alla fine la cosiddetta “legge Merlin” entrerà in vigore; il 20 febbraio 1958 chiuderanno 560 bordelli che occupano 2700 prostitute.
Lina, fondatrice anche dell’Unione
Donne Italiane (UDI) e, nei quindici anni di attività parlamentare, madre pure di altri provvedimenti a favore dei più indifesi, si ritirerà dalla politica attiva nel 1963 dopo aver rotto col suo partito perché lei è intransigente in tema di progresso sociale e valorizzazione delle donne. Tornerà in campo nel 1974 schierandosi coi contrari al referendum sul divorzio, che riterrà rischioso per la condizione femminile, soprattutto economica.
La società italiana si evolverà in fretta, e così pure la prostituzione; questa, non essendo più un reato, da clandestina come nei primi anni dopo l’adozione della “Merlin” diverrà nei decenni recenti un mercato pubblico, grazie anche alla rete internet ed ai modelli culturali del XXI secolo in tema di uomini e donne.
La legge voluta da Lina resta però ancora oggi l’unica che, con qualche adattamento e dopo decine di sentenze, di ricorsi alla Corte costituzionale respinti, e di testi in Parlamento da dibattere, si occupa dello scottante argomento.
Lina Merlin morirà nel 1979; le sue ceneri, dopo diversi anni trascorsi accanto a quelle del marito Dante, saranno trasferite nel famedio delle milanesi meritorie e dei milanesi considerati illustri.
Nel 2008, per commemorare i cinquant’anni dalla legge Merlin, si realizzerà un evento in tre atti in collaborazione con lo storico giornale “Noi Donne”, e dal titolo “Cento uomini al giorno”; lo spettacolo porterà in scena anche -e finalmente- i veri responsabili dello sfruttamento che Lina aveva cercato di eliminare: i clienti, i maschi insomma.
(Il museo nazionale della Resistenza di Milano rappresenta la fonte principale di questo testo, insieme alle schede sulla senatrice in “l’Enciclopedia delle Donne” e nelle biografie custodite dall’ANPI nazionale).
 
Dossier
diritti
|
|