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Iran: Trump non esclude invio di truppe di terra
di
Leandro Leggeri
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha evocato la possibilità di un intervento militare diretto sul territorio iraniano per mettere in sicurezza le scorte di uranio arricchito della Repubblica islamica.
Parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha dichiarato che l’invio di truppe di terra non è al momento previsto, ma non è stato escluso: «A un certo punto forse lo faremo. Sarebbe una grande cosa», ha affermato. «Non lo abbiamo fatto finora, ma è qualcosa che potremmo fare più avanti».
Alla domanda se l’uso di forze terrestri sia un’opzione reale, il presidente ha risposto che «potrebbe esserlo, per una ragione molto valida». Trump ha aggiunto che, qualora ciò avvenisse, le forze iraniane sarebbero «così decimate da non poter combattere sul terreno».
Al di là della retorica politica, tuttavia, l’ipotesi di un’invasione terrestre dell’Iran appare del tutto irrealistica dal punto di vista militare e strategico.
Prima di tutto per ragioni geografiche. L’Iran è un paese immenso: oltre 1,6 milioni di chilometri quadrati, quasi cinque volte l’Iraq. È un territorio caratterizzato da catene montuose, altipiani e grandi aree urbane densamente popolate. Condurre un’operazione terrestre in un contesto simile richiederebbe un numero di truppe enorme.
Per avere un termine di paragone, l’invasione dell’Iraq del 2003 fu condotta con circa 150.000 soldati statunitensi contro uno stato molto più debole, con un territorio più piccolo e con un esercito già logorato da anni di sanzioni. Anche in quel caso, tuttavia, l’occupazione successiva si rivelò estremamente difficile.
Nel caso dell’Iran la scala sarebbe completamente diversa. Un’operazione terrestre credibile richiederebbe probabilmente centinaia di migliaia di soldati – molti analisti parlano di almeno 500.000 uomini – senza contare il supporto logistico, le linee di rifornimento, le basi avanzate e il controllo delle infrastrutture.
Il secondo problema è proprio quello dell’accesso al territorio. A differenza dell’Iraq nel 2003, gli Stati Uniti non dispongono oggi di una piattaforma di invasione evidente. L’ingresso via terra dovrebbe avvenire attraverso paesi terzi – Iraq, Turchia o stati del Golfo – con conseguenze politiche e militari enormi. Inoltre le linee logistiche attraverserebbero regioni vulnerabili ad attacchi missilistici e a operazioni di guerriglia.
C’è poi il fattore umano. Anche assumendo una superiorità tecnologica statunitense schiacciante, un’invasione di un paese grande, montuoso e popoloso come l’Iran comporterebbe inevitabilmente perdite significative. Già nelle prime settimane di combattimento il numero di caduti potrebbe essere elevato, soprattutto in caso di combattimenti urbani o di resistenza diffusa.
Un elemento che spesso viene sottovalutato è che l’Iran non è un esercito isolato ma un sistema militare multilivello: forze regolari, Pasdaran, milizie Basij e una vasta esperienza nella guerra asimmetrica maturata negli ultimi quarant’anni. Anche un eventuale crollo delle forze convenzionali non significherebbe automaticamente la fine della resistenza.
Per tutte queste ragioni, quando nei circoli strategici si parla di guerra con l’Iran si fa quasi sempre riferimento a operazioni aeree, missilistiche o navali. L’idea di un’invasione terrestre appartiene più alla retorica politica che alla pianificazione militare reale.
Non a caso molti analisti sottolineano che un’eventuale invasione dell’Iran rischierebbe di trasformarsi in un’avventura persino più catastrofica del Vietnam. Il Vietnam del Nord era un paese molto più piccolo e povero, mentre l’Iran è uno Stato di quasi 90 milioni di abitanti con un apparato militare, industriale e politico consolidato. In caso di occupazione il conflitto potrebbe trasformarsi rapidamente in una guerra di logoramento su scala enorme.
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