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08 marzo 2026
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Per le donne palestinesi ed iraniane. Per le donne del sud globale
di Rossella Ahmad

Poche ore ci separano dalla ricorrenza più fraintesa di tutte, quella che molti definiscono festa e che festa non è. Non lo è mai stata, oggi ancora meno. È una giornata di commemorazione e di lotta. E la lotta è delle donne che resistono.

Le donne del mondo emergente, che fatico a chiamare terzo mondo perché spiegatemi quale sia il primo e quale sia il secondo. Le donne palestinesi portano oggi la torcia della resistenza, e lo fanno affrontando qualcosa di umanamente impossibile da affrontare. La morte del proprio popolo. Loro, che ne sono madri e custodi. Nel silenzio assordante del femminismo occidentale d'accatto, quello che è stato giustamente definito femminismo coloniale.

Cosa esso sia lo spiega molto bene un'attivista del movimento "Scrittrici contro la guerra a Gaza", durante una manifestazione tenutasi proprio, e non a caso, sull'uscio del New York Times, il minculpop dell'attacco genocida a Gaza, il giornale che più di ogni altro ha fornito sostegno e copertura ideologica ai crimini colonialisti in Palestina.

Il femminismo coloniale non è altro che uno dei grimaldelli di cui l'imperialismo occidentale si è servito nella infinita violenza inflitta ai popoli del mondo emergente, quello arabo/mediorientale in particolare.

Travestito da paternalismo pietoso e da solidarietà pelosa e di facciata - entrambi tesi a ribadire ed imporre il predominio culturale occidentale - esso viene rifiutato in blocco dai movimenti di liberazione dei popoli del mondo emergente, i quali ribadiscono senza ambiguità che non c'è liberazione femminile se non all'interno dei propri parametri culturali e, più globalmente, all'interno di una lotta collettiva anti-imperialista, anti-coloniale ed anti-razzista.

Tutto ciò che prescinda da tale lotta globale non rappresenta alcun movimento né femminile, né femminista né solidale e verrà respinto in blocco come braccio armato del suprematismo coloniale.

Il video della manifestazione è molto lungo, ma qualche stralcio lo riporto qui e mi pare molto sensato farlo ora, alla vigilia di una giornata dal valore simbolico molto elevato.

"Siamo scrittrici contro l'imperialismo, contro il colonialismo e contro il fascismo. Siamo onorate che il PFC ci abbia invitate questa sera e ricordo qui le parole della grande attivista Leslie Fainberg: sono con la liberazione della palestina con ogni respiro, con ogni muscolo ed ogni cucitura del mio corpo".

L'operazione Diluvio di al Aqsa è stata l' insurrezione degli oppressi . È stato un atto di ribellione volto a difendere il popolo palestinese da un'occupazione ingiusta.

La lotta contro il razzismo e l'imperialismo è simultanea alla lotta per qualunque liberazione. Quando queste lotte non siano unite in un programma rivoluzionario, il femminismo non è altro che suprematismo bianco travestito. Il suo nome dovrebbe essere "movimento delle donne per l'uguaglianza dei bianchi" oppure "braccio armato femminile per il genocidio colonialista". Abbiamo imparato ad identificare il nemico. Ogni agente dell'imperialismo coloniale è nostro nemico.

Le donne palestinesi sono al centro del movimento di liberazione in tutti gli aspetti della lotta, con scioperi della fame, cura ed istruzione e, attraverso questi, enfatizzano il loro diritto alla libertà . Ci mostrano come debba essere in pratica il femminismo anti-imperialista. Esso ha il volto della prigioniera politica Khalida Jarrar, che istruisce le sue compagne di cella sotto il naso delle infide guardie sioniste.

Ha il volto di Ahed Tamimi che ha lottato con le proprie mani contro un militare armato che aveva colpito e ferito sua cugina. Ha il volto di Leila khaled che dirottò un aereo imperialista e lo fece passare sulla sua città natale (Haifa) da cui era stata espulsa. Le donne della resistenza e della società palestinese ci hanno dimostrato che essere femministe oggi significa essere combattenti per la libertà".

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