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07 marzo 2026
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Stati canaglia
di Marinella Puleo

No.
Gli Stati canaglia non sono quelli che semplicemente non piacciono a Washington.

Per decenni questa etichetta è stata appiccicata a chiunque non si allineasse: Iraq, Iran, Libia, Corea del Nord.

Una definizione efficace, ripetuta così tante volte da sembrare una verità.

Ma a imperitura memoria conviene ricordare che: uno Stato canaglia non si definisce per ciò che dice di essere, si definisce per ciò che fa!

È canaglia uno Stato che interviene militarmente senza mandato delle Nazioni Unite.
È canaglia uno Stato che impone sanzioni unilaterali capaci di strangolare intere popolazioni civili.
È canaglia uno Stata che se ne frega del diritto internazionale.
È canaglia uno Stato che usa il proprio potere per proteggere sistematicamente un alleato da qualunque responsabilità.

E allora guardiamo ai fatti.

Nel 2003 l’Iraq fu invaso senza mandato ONU.

Per anni sanzioni extraterritoriali hanno colpito mezzo mondo.

E decine di veti al Consiglio di Sicurezza sono stati usati per impedire qualunque conseguenza politica per Israele.

Non è antiamericanismo.

Lo ha scritto anche uno dei più noti studiosi americani di relazioni internazionali, John Mearsheimer: "il sostegno quasi incondizionato degli Stati Uniti a Israele non può essere spiegato solo da ragioni strategiche".

E addirittura: "Gli Stati Uniti hanno una relazione speciale con Israele che non è nell’interesse nazionale dell’America".

Ecco! Quando il diritto internazionale smette di essere un principio universale; quando le regole valgono solo per i "nemici" e mai per gli alleati, smette anche di essere diritto e diventa forza, sopraffazione!

E poi c’è l’Europa; o meglio, ci sarebbe.

Qualche voce prova a esistere. La Spagna di Pedro Sánchez, per esempio, che almeno tenta di esprimere una posizione autonoma quando il diritto internazionale viene piegato all'ipocrisia.

L’Italia invece sembra aver scelto la strada dell’allineamento automatico, in qualunque contesto.

Un’alleanza tra Stati sovrani dovrebbe essere un rapporto tra pari. Quando però una posizione viene adottata sempre e comunque, senza mai mettere in discussione nulla, la parola "alleanza" somiglia sempre meno a cooperazione e sempre più a sudditanza. E trapela anche nella narrazione.

In queste ore, per esempio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni spiega che la crisi del diritto internazionale sarebbe cominciata con l’invasione russa dell’Ucraina.

Una ricostruzione curiosa perché ascoltandola si ha quasi l’impressione che qualcuno abbia dimenticato di nominare i protagonisti reali di ciò che sta accadendo in Medio Oriente.

Gli Stati Uniti scompaiono, Israele evapora.

Seguendo questo racconto, verrebbe quasi da pensare che i missili su Teheran li stia lanciando il Cremlino.

C’è poi un dettaglio linguistico che merita attenzione.

La risposta iraniana è stata definita da Meloni, "scomposta".

Ora, una domanda semplice resta sospesa nell’aria: quando un Paese viene bombardato, quale sarebbe esattamente la reazione composta?

A imperitura memoria conviene forse ricordarlo: se qualcuno sta bombardando Teheran, la prima cosa da fare è nominarlo.

Perché la verità ha un difetto molto semplice.

Non sparisce solo perché si decide di non pronunciarla.

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