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07 marzo 2026
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Nel mezzo del cammin
di Elisa Fontana

Nel bel mezzo del cammin che le doveva essere sembrato una gloriosa cavalcata, Meloni si è trovata impantanata in mezzo al guado peggio dell’Armir (la tragica armata italiana mandata da Mussolini in Russia che doveva spezzare le reni a Stalin) nella ritirata di Russia.

Aveva cominciato spavalda quando ancora l’amico Donaldo non era nemmeno insediato, andando a Mar-a-lago a baciare la sacra pantofola per il caso di Cecilia Sala, volendosi accreditare come alleata alla pari degli USA, come portatrice del vessillo italiano in prima fila nello scacchiere mondiale, come pontiera fra il nuovo padrone e quella bolsa Europa che lei ha sempre sommamente disprezzato, insieme anche all’amico Orban.

L’Europa le era servita per spalleggiare Manfred Weber e la cara Ursula nel tentativo di spostare l’asse della Commissione e del Parlamento più a destra, di ottenere così una politica migratoria infame, ma di mostrare che le decisioni vere si prendevano altrove e lei in quell’altrove c’era. Complice di questa narrazione anche ampia parte della stampa estera che lanciava inni di gloria a questa donna-miracolo di una politica veramente nuova. Di quella italiana, fatte le debite eccezioni, non conta nemmeno parlarne.

E così la cara Giorgia non ci ha fatto mancare nulla. Ricordate quando ha avuto la faccia tosta di definire i demenziali dazi di Trump una opportunità per la nostra economia? Quando ha detto che Vance aveva ragione nell’insultare senza freni l’Europa? O quando ha definito legittima la schifezza politica perpetrata in Venezuela e ha, comunque, coperto tutte le mattane schizofreniche dell’amico Donaldo? Tradendo in tal modo la peggiore postura di una provinciale repentinamente lanciata in un mondo di cui non ha nessuna contezza e di cui, da provinciale persa, pensa che basti attaccarsi come una irragionevole cozza al potente di turno per fare politica vincente.

La scarsa frequentazione con i libri di storia le ha impedito di capire che ogni uomo forte usa figure come la sua esclusivamente per coreografia, non dandole nessun peso politica e meno che mai decisorio. Era solo una graziosa suppellettile politica. E, a mano a mano che i mesi procedevano e le mattane insane crescevano, il dubbio si è insinuato, fino a quando si è concretizzata la tempesta perfetta con l’attacco all’Iran. Attacco su cui è stata tragicamente snobbata senza pietà, a ricordarle il ruolo di graziosa suppellettile, appunto.

E adesso tutta la costruzione della pontiera, dell’alleata privilegiata non solo sta franando, ma occorre mettere velocemente la polvere sotto il tappeto se non si vuole essere additati come complici dei due briganti israelo-statunitensi che mostrano di non avere freni.

Ed ecco che all’improvviso Starmer e Macron ridiventano frequentabili e insieme anche a Merz ci si coordina per mandare aiuti a Cipro. Noi stiamo mandando una fregata della nostra Marina con 160 uomini a bordo, ma lo sappiamo leggendo i giornali, il Paese non lo sa, non essendosi degnata la presidente di riferire in Parlamento.

Ci andrà l’11 marzo, bontà sua, e forse allora la giravolta sarà compiuta e ci farà sapere dove siamo posizionati come Paese e magari ci dirà pure chi ha bombardato e ferito gravemente le truppe Unifil del Libano, quelle truppe di pace in cui c’è un nostro contingente al confine con Israele. O magari ci renderà edotti che sono stati i missili USA a seppellire 160 bambine di una scuola iraniana, come pare ormai certo.

Perché fino ad ora c’è stato solo silenzio che si è sovrapposto a silenzio. L’unico atto vagamente politico è stato quello di mandare in Parlamento a riferire Crosetto e Tajani. Ed era meglio il silenzio, allora.

Ma una domanda rimane comunque appesa nell’aria: fino a quando potrai continuare a parlare dei bimbi del bosco mentre il mondo intorno a noi brucia e la benzina, banalmente, è oltre i 2 euro, grazie ai due apprendisti stregoni tuoi amici del cuore?

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