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Economist: Trump fermi guerra in Iran prima che diventi caos
di
Leandro Leggeri
In un editoriale pubblicato il 5 marzo 2026, intitolato “Donald Trump must stop soon” e apparso nella sezione Leaders di The Economist, la rivista britannica sostiene che la guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran rischia di sfuggire rapidamente di mano a causa dell’assenza di una strategia politica chiara.
Secondo l’analisi del settimanale, l’operazione militare denominata “Operation Epic Fury” ha ottenuto risultati operativi rilevanti: gli attacchi avrebbero distrutto gran parte della marina iraniana, messo fuori uso l’aviazione e colpito capacità missilistiche e infrastrutture militari.
Tuttavia, l’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei non avrebbe prodotto l’effetto politico atteso. Il sistema di potere iraniano si è rapidamente riorganizzato e un nuovo leader potrebbe essere nominato a breve, segno che la strategia di “decapitazione del regime” non ha determinato il collasso politico sperato.
Per The Economist il vero problema è l’assenza di obiettivi chiari da parte della Casa Bianca. L’amministrazione Trump avrebbe fornito motivazioni diverse e contraddittorie per l’operazione militare: la minaccia missilistica iraniana, il programma nucleare, il regime change, la necessità di sostenere Israele o il timore di un attacco imminente da parte di Teheran.
Questa vaghezza, utile sul piano politico interno perché lascia margine di manovra al presidente, rappresenta invece una debolezza strategica perché rende difficile definire quando e come la guerra dovrebbe terminare.
Nel frattempo l’Iran starebbe adottando una strategia di escalation orizzontale, colpendo diversi obiettivi nella regione e cercando di allargare il conflitto. Attacchi sono stati lanciati contro infrastrutture energetiche nel Golfo, mentre combattimenti sono riesplosi in Libano con l’intensificarsi degli scontri tra Israele e Hezbollah.
La crisi sta avendo anche un impatto economico significativo: il prezzo del petrolio Brent è salito rapidamente e i mercati energetici globali stanno reagendo con forte volatilità.
Un ulteriore rischio, secondo la rivista, riguarda la possibile destabilizzazione interna dell’Iran. Circa il 40% della popolazione appartiene a minoranze etniche, e il tentativo di sostenere insurrezioni locali – in particolare curde – potrebbe provocare effetti imprevedibili, rafforzare il nazionalismo persiano o persino innescare una guerra civile con ripercussioni su tutta la regione.
The Economist sottolinea inoltre che il sostegno dell’opinione pubblica statunitense al conflitto è molto limitato: solo circa un terzo degli americani appoggia la guerra, un dato molto distante dal consenso quasi unanime che accompagnò l’intervento in Afghanistan nel 2001.
La conclusione dell’editoriale è netta: il presidente Trump dovrebbe limitare gli obiettivi della guerra, degradare ulteriormente le capacità militari iraniane e poi fermarsi, dichiarando una vittoria limitata. Proseguire il conflitto nella speranza di distruggere completamente il regime potrebbe invece trascinare gli Stati Uniti in una guerra impopolare e destabilizzare ulteriormente l’intera regione.
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