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Il pedaggio emotivo del colonialismo
di
Roberto De Vogli
Ieri, a Milano, nella sede di EMERGENCY, la presentazione del libro “Empatia selettiva: perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza” ha virato verso tematiche poco affrontate in altre sedi, grazie alle domande di Bianca Senatore e agli interventi di Safwat Kahlout e Giorgio Monti.
In particolare, è stata posta una domanda difficile, ma allo stesso tempo pertinente, per capire non solo il genocidio di Gaza, ma anche le risposte dei politici occidentali a ciò che sta succedendo in Iran. Il modo in cui alcuni soggetti politici hanno espresso cordoglio per la perdita dei primi 3 soldati americani, vittime della risposta militare da parte dell'esercito iraniano, non degnandosi di esprimere alcun dolore e empatia per le centinaia di bambine assassinate dall'attacco illegale degli Stati Uniti e Israele.
La domanda era: quanto pesa la dimensione storica del colonialismo europeo nel plasmare una gerarchia delle vite, più o meno degne di compassione?
Pesa. Pesa, parecchio.
Sebbene Israele e le nazioni occidentali abbiano seguito traiettorie storiche del tutto diverse, condividono una mentalità, plasmata da una tradizione di colonialismo d'insediamento e suprematismo culturale.
Il colonialismo d'insediamento non si limita alla conquista territoriale, alla violenza e allo spostamento forzato di popolazioni o al confinamento sistematico dei popoli indigeni.
Il colonialismo d’insediamento è anche un progetto epistemico, che occupa e distorce i sistemi di conoscenza, le credenze e i comportamenti. Si basa fortemente, e richiede, che le menti colonizzate interiorizzino forme di soggiogamento che rimodellano il modo in cui sia i colonizzati sia i colonizzatori vedono il mondo.
I cittadini degli Stati coloniali interiorizzano narrazioni nazionaliste, progettate per giustificare azioni moralmente indifendibili e preservare l'orgoglio nazionale. La propaganda, la mitopoiesi e la storia selettiva concorrono a creare un racconto delle origini, privo di colpe, spesso basato sulla scomparsa, sia letterale che simbolica, dei popoli indigeni.
La colonizzazione implica, inevitabilmente, forme di disumanizzazione. Tuttavia, questo processo non è unidirezionale, ma colpisce sia gli oppressi, sia gli oppressori. La colonizzazione emotiva priva dell'umanità non solo chi subisce violenza, ma anche chi la esercita. Le vittime devono affrontare il trauma, lo sradicamento e la cancellazione della propria identità, mentre i perpetratori pagano un prezzo diverso: l’erosione dell’empatia e la desensibilizzazione morale, che derivano dal giustificare e dal perpetrare ingiustizie.
Il colonialismo d'insediamento, in particolare, impone un costo profondo alla compassione. Giustificare un sistema di dominio richiede razionalizzazioni autoassolutorie che offuscano la realtà brutale del genocidio, del furto di terre e della violenza strutturale. Queste narrazioni autoassolutorie alimentano il provincialismo intellettuale, e creano dei punti ciechi cognitivo-emotivi, soprattutto tra coloro che traggono maggiori benefici da tali sistemi. Le conseguenze non sono solo l'ignoranza storico-politica, ma anche una capacità ridotta di sentire il dolore altrui.
La ricerca empirica sembra riflettere questo pedaggio emotivo. Alcuni studi hanno mostrato che gli studenti bianchi, in media, presentano livelli più bassi di empatia e compassione, rispetto ai coetanei di altre formazioni etniche. Sebbene il privilegio socio-economico spieghi in parte tale divario, le differenze di empatia persistono a tutti i livelli di reddito, suggerendo schemi culturali e psicologici più radicati, forse legati alle conseguenze storiche che il dominio razziale e il distanziamento morale producono sulla personalità collettiva.
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