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05 marzo 2026
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Iran: vi inginocchierete di nuovo
di Tahar Lamri

Qualche mese fa, prima dei bombardamenti del 28 febbraio, Khamenei aveva chiesto che venisse intonato Ya Iran, un inno nazional-patriottico del 1944, laico, pre-rivoluzionario, estraneo a qualsiasi lessico islamista. Le sue parole: "O Iran, terra ornata di gioielli… la mia anima è sacrificio per la tua pura terra."

Era un segnale straordinario. La Repubblica Islamica non aveva mai evocato simboli dell'Iran pre-rivoluzionario.

E non si era fermata lì: il 7 novembre 2025, poche settimane dopo la guerra dei dodici giorni con Israele, in piazza Enghelab - la piazza della Rivoluzione - veniva inaugurata con fuochi d'artificio e concerti pop una statua del re sasanide Shapour I con l'imperatore romano Valeriano inginocchiato ai suoi piedi a commemorare la vittoria alla battaglia di Edessa del 260 d.C., una delle più clamorose umiliazioni che la storia ricordi: la cattura di un imperatore romano in campo aperto, evento immortalato nei bassorilievi di Naqsh-i Rustam.

Sugli scudi dei guerrieri scolpiti nell'opera, uno slogan che mescola il tempo verbale del passato e del futuro con la freddezza di un avvertimento: "Vi inginocchierete di nuovo."

Il regime che aveva perseguitato il nazionalismo persiano "pagano" per quarantasette anni stava disperatamente appropriandosi del suo immaginario. Il motivo era chiaro: secondo i sondaggi dell'istituto olandese GAMAAN, il 47% degli iraniani aveva abbandonato la fede religiosa nel corso della vita, e il 68% voleva la separazione tra legge e religione. Il modello sciita rigoroso non aveva convinto la società. Rimaneva però l'Iran eterno - la terra, il khak - e su quello il regime cercava di rifondare il consenso.

Ma questa operazione nasconde una contraddizione esplosiva. I nazionalisti persiani laici che venerano l'eredità sasanide - molti dei quali odiano la Repubblica Islamica non meno dei dissidenti - sono spesso gli stessi che guardano a Israele con una certa simpatia, vedendolo come nemico dell'arabo-islamismo che ritengono responsabile della "corruzione" dell'identità persiana. Il regime vorrebbe arruolarli nella resistenza contro Israele evocando Shapour. Loro rispondono che Shapour non ha nulla a che fare con gli ayatollah. La statua in piazza Enghelab è, anche da questo punto di vista, una scommessa rischiosa.

A complicare ulteriormente il quadro c'è la diaspora. I nazionalisti legati all'eredità della monarchia pahlavi - quelli che festeggiano la morte di Khamenei da Los Angeles, da Parigi o da Roma - non vedono nulla di problematico nell'intervento straniero. Anzi, lo invocano.

Del resto era esattamente lo stile del loro idolo: fu lo Shah il primo a chiedere e ottenere l'intervento di CIA e MI6 per rovesciare Mossadegh nel 1953.

Reza Pahlavi figlio ha ringraziato Trump sui social per l'Operazione Epic Fury con la stessa naturalezza con cui si ringrazia un amico per un favore. Questa postura, però, li isola radicalmente dall'Iran reale.

Il professor Ali Ansari, massimo studioso di nazionalismo iraniano all'Università di St Andrews, ha chiarito, nel suo libro “The Politics of Nationalism in Modern Iran”, questa frattura meglio di chiunque altro: i nazionalisti all'interno dell'Iran rifiutano l'ingerenza straniera in modo categorico, non perché amino il regime, ma perché la memoria collettiva iraniana è sedimentata da secoli di interventi esterni - il 1907, il 1941, il 1953 - nessuno dei quali ha mai agito nell'interesse del popolo iraniano.

Per loro la sovranità del suolo patrio non è negoziabile, indipendentemente da chi lo governa. Ansari aveva avvertito che un attacco straniero avrebbe potuto regalare al regime una "boccata d'ossigeno", attivando quel riflesso difensivo già visto nella guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, quando milioni di iraniani combatterono non per esportare la Rivoluzione, ma per difendere il khak.

Poi è arrivato il 28 febbraio 2026. Khamenei è morto sotto le bombe americane e israeliane. Trump ha detto agli iraniani: "Take over your government." (Prendete il controllo del vostro governo.) Come se il problema fosse sempre stato solo la coercizione esterna. Come se il nazionalismo iraniano - millenario, ferito, orgoglioso - stesse aspettando il permesso di Washington.

La diaspora esulta. L'Iran dentro l'Iran, probabilmente, si stringe attorno al suolo. Sono due paesi diversi.

La statua di Shapour è ancora lì, o forse no. Ma la memoria che rappresenta è incisa nella roccia da quattordici secoli. E l'inno recita: "O mio nemico, se sei di roccia, io sono di ferro."

Trump vorrebbe essere di roccia. L'Iran è certamente di ferro.

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